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Corea-base

Qualche ‘buon’ nemico al posto giusto fa proprio comodo: tiene in esercizio le Forze Armate e olia gli affari dell’apparato industriale-militare. Gli Stati Uniti lo sanno bene: da sempre, mantengono, agli angoli del Pianeta, basi che sono vere e proprie cittadine americane. Se uno si distrae un attimo uscendo la mattina per andare al lavoro può credere d’essere a casa sua, in Georgia o in Montana, piuttosto che, ad esempio, sul confine più militarizzato di questo Mondo, al limitare tra l’Occidente in senso lato e il passato comunista in senso stretto, vicino alla striscia demilitarizzata lungo il 38° parallelo tra le due Coree.

Certo, bisogna che gli americani percepiscano una minaccia, per sostenere a cuor contento il peso della sicurezza: il comunismo una volta, il terrorismo adesso. La Corea del Nord di Kim III è (quasi) il nemico ideale, non fosse per l’imprevedibilità, e quindi la pericolosità del suo leader.

Pyongyang intensifica i test missilistici, da ultimo con ordigni intercontinentali capaci di arrivare sul territorio statunitense, non solo di colpire la Corea del Sud e il Giappone e al massimo le basi nel Pacifico. E gli analisti s’interrogano su che cosa induca il regime a proseguire lungo la spirale dalle conseguenze disastrose ‘provocazioni militari – sanzioni economiche’ e su quali siano davvero gli obiettivi.

Intanto, però, gli Stati Uniti s’attrezzano: organizzano sorvoli ‘ostili’ del territorio nordcoreano e manovre, convenzionali e missilistiche, con l’alleato sud-coreano, ma, soprattutto, allestiscono e inaugurano una nuova base militare in Corea del Sud, una vera e propria cittadina americana costata 11 miliardi di dollari, con quattro scuole, cinque chiese, Taco Bell e Burger King.

Il colonnello Scott W. Mueller, comandante della guarnigione di Camp Humphreys, uno dei più grandi progetti di costruzione militare fuori dagli Stati Uniti, ha raccontato alla stampa Usa: “L’abbiamo costruita dal nulla”. I lavori vanno avanti e saranno completati entro il 2021, ma la base può cominciare a funzionare.

Camp Humphreys ha edifici per alloggi e pure abitazioni familiari, un campo da golf con 18 buche e la cosiddetta ‘warrior zone’ con Xbox e Playstation. A breve apriranno due scuole elementari e pure un nuovo ospedale militare. Quando sarà completata, ospiterà 1.100 famiglie e un totale di 45.500 persone – ora, sono poco più di 25 mila -. E’ già dotata delle più moderne strumentazioni militari e di telecomunicazioni: è pur sempre a portata di tiro dei missili nord-coreani.

La nuova base nasce dal desiderio delle Forze Armate degli Stati Uniti di spostare il loro quartier generale sud-coreano fuori da Seul: tra impicci politici e intralci diplomatici, ci sono voluti decenni per farlo.

Criteri, e motivazioni analoghe, economiche, oltre che di sicurezza, sono alla base di altre recenti decisioni ‘militari’ americane: l’allestimento di basi Nato, gestite essenzialmente da militari Usa, nei Baltici e in Polonia, per tranquillizzare quegli alleati dalla minaccia russa; o anche le manovre congiunte che vedono di volta in volta i militari statunitensi impegnati con alleati marginali o improbabili. Gli uomini si addestrano e stanno su di morale; e molta gente fa buoni affari.

Su investimenti e iniziative di questo genere, il presidente Trump non rischia nulla: nel Congresso, nessuno gli contesterà una spesa sostenuta per il benessere e la sicurezza dei militari all’estero e delle loro famiglie. Che, tra l’altro, non si lamentano delle loro basi, mentre il ‘comandante in capo’ dà il cattivo esempio e va raccontando, ai membri milionari del suo club di golf di Bedminster, che la ”Casa Bianca è una catapecchia”. Per questo, lui, i fine settimana, scappa via da Washington e va in Florida d’inverno o nel New Jersey d’estate, dove ha case adeguate al suo comfort.

Tra una gaffe e l’altra, Trump ha ieri firmato le sanzioni contro la Russia decise dal Congresso – e avallate di mala voglia dalla Casa Bianca -, dopo avere ottenuto dal Senato la conferma, per altro scontata, di Christopher Wray a direttore dell’Fbi, al posto del da lui licenziato James Comey. Ma è Wall Street a regalare il sorriso più radioso al presidente: la borsa fa il botto e supera quota 22 mila, l’economia va bene tra basi in Corea e sconti sulle tasse in prospettiva ai paperoni d’America.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+