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Libia-Italia-missione

Navi italiane pattuglieranno le acque libiche per contrastare il traffico di esseri umani: è il risultato dell’incontro, ieri mattina, a Palazzo Chigi, tra il premier libico Fayez al-Serraj, che ne ha fatto formale richiesta, e il premier italiano Paolo Gentiloni, che l’ha praticamente accolta, qualificando di “necessario” l’impegno italiano in acque libiche.

L’incontro aveva tutta l’aria di essere la risposta italiana all’intesa conclusa martedì, all’Eliseo, mallevadore il presidente francese Emmanuel Macron,  dallo stesso al-Serraj, che è il premier riconosciuto dalla comunità internazionale, e dal generale Haftar, che è l’uomo forte del governo uscito dalle ultime elezioni e insediato a Tobruk.

Con tutto il suo darsi da fare, l’essere in prima linea, le continue missioni del ministro dell’Interno Minniti e i vertici libico-agrigentini del ministro degli Esteri Alfano, l’Italia sembra relegata, dall’iniziativa francese, in una sorta di ‘girone di consolazione’ della diplomazia libica. In quattro e quattr’otto, Macron ha fatto il suo accordo, con la presenza notarile delle Nazioni Unite.

L’intesa di martedì, la cui attuazione è tutta da verificare – perché “in Libia non è mai detto”, rileva con prudenza Le Monde – prevede un cessate-il-fuoco fra le fazioni in lotta ed elezioni politiche l’anno prossimo. Gentiloni, nella conferenza stampa congiunta, ha rispettato il galateo diplomatico e s’è augurato che “produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”. Come, a Parigi, qui, tutti i diplomatici francesi sono istruiti a dire quanto l’Italia in Libia sia importante e cruciale. Meno farisaico, Le Monde giudica comprensibile l’irritazione di Roma, perché Parigi è andata di nuovo a intrufolarsi nel giardino sabbioso, ma ricco, dell’ex colonia italiana.

Anche l’intesa di ieri, del resto, è tutta da verificare nei suoi effetti pratici: che cosa potranno mai fare le unità italiane nelle acque libiche?, a parte il salvare la vita di quanti si trovassero in pericolo – cosa che viene oggi contestata alle imbarcazioni delle Ong che stazionano sul limite delle acque territoriali libiche -. Contando sulla loro presenza, i trafficanti d’uomini potrebbero semplicemente mettere in mare barconi senza scafisti, come del resto già fanno, o con manovalanza ‘a perdere’.

Per di più, nulla è ancora deciso. La richiesta di al-Serraj, spiega Gentiloni, “è attualmente all’esame del Ministero della Difesa” e “le scelte saranno vagliate con il Parlamento” e insieme ai libici. “Se valuteremo la possibilità di rispondere positivamente, come credo necessario, ciò può rappresentare una novità molto rilevante per il contrasto al traffico di esseri umani”.

Non è la prima volta che l’attivismo di Parigi sulla Libia spiazza il governo italiano. Anzi, il dato è una costante degli ultimi tre presidenti francesi, espressione di tre formazioni politiche diverse: Sarkozy, l’uomo dell’intervento ‘umanitario’, ma in realtà anti-Gheddafi, e prodromico alla guerra di bande; Hollande, l’uomo che, alla Putin, privilegiava come interlocutore Haftar, nonostante al-Serraj fosse l’interlocutore della comunità internazionale; e ora Macron.

Sulla difensiva, Gentiloni ricorda che “fare compiere passi avanti alla stabilizzazione della Libia è sempre stato un obiettivo italiano”. L’iniziativa francese “offre binari su cui lavorare”: “Sappiamo che non sarà un percorso semplice, ma siamo fiduciosi che lavorando insieme si possano cogliere risultati. Se si fanno passi avanti in Libia, il primo Paese europeo a esserne felice è l’Italia”.

Ad attenuare la sensazione d’isolamento europeo dell’Italia nella diplomazia mediterranea e ‘migratoria’, il premier ha ieri avuto una telefonata con la cancelliera Angela Merkel, che gli avrebbe assicurato la volontà tedesca di moltiplicare l’impegno economico in Libia per finanziare attività di Oim e Unhcr e progetti delle comunità locali impegnate nel contrasto ai traffici umani. Merkel avrebbe pure ribadito sostegno all’Italia sul principio di redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati Ue come segno concreto di solidarietà ai Paesi in prima linea.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+