CONDIVIDI
Zuma-Obamacare-senatori
July 10, 2017 - New York, New York, United States - New Yorkers and healtcare advocacy groups organized a protest on July 10, 2017; outside Rep. John Faso's fundraiser as donors arrive at the Park Imperial at 230 West 56th St. in Midtown Manhattan. Faso vote for the House Trumpcare bill in May, also he coauthored the notorious Collins-Faso amendment to both the House and Senate bills that would shift New York Medicaid funding from counties’ budgets to the state budget. (Credit Image: © Erik Mcgregor/Pacific Press via ZUMA Wire)

Quattro senatori dell’Apocalisse sconvolgono i piani di Trump ‘l’anti-Barack’ e mandano all’aria tutti i suoi disegni di rimpiazzare in tempi brevi con una nuova legge la riforma sanitaria d’Obama, l’Obamacare. Il presidente è livido di rabbia risentimento: “I repubblicani devono ‘REVOCARE’ – proprio così, tutto maiuscolo, ndr – subito l’Obamacare che non va e lavorare a un nuovo piano per la sanità, ricominciando da zero. I democratici seguiranno!”, scrive su Twitter. E suona un ordine.

Ma, per il momento, a non seguire sono proprio i repubblicani: il capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, non riesce a tenerli insieme e s’attira gli strali di Trump, che ipotizza di cambiare le regole del gioco. E l’idea di revocare l’Obamacare senza rimpiazzarla trova subito oppositori.

Intanto, altre nuvole s’addensano sulla Casa Bianca: il presidenza celebra la giornata ‘made in Usa’, ma s’attira critiche perché le aziende sue e di Ivanka ‘tradiscono’ spesso tra manifatture asiatiche e dipendenti ‘illegali’. E Trump sancisce che l’Iran rispetta l’accordo sul nucleare ma “ne tradisce lo spirito” e inasprisce, comunque, le sanzioni a Teheran.

La riforma sanitaria non convince: su 52 senatori repubblicani, quattro dicono no e uno, il veterano di guerra e del Campidoglio John McCain, è fuori combattimento dopo un intervento chirurgico. Restano 47 voti – più o meno – sicuri: troppo pochi, in un Senato si 100 membri. Ai repubblicani me servono 50 potendo contare, in caso di parità, sul voto decisivo del vice-presidente Mike Pence, presidente dell’assemblea.

Due senatori erano già dissidenti dichiarati: Susan Collins, una moderata del Maine, Stato al confine con il Canada che oscilla fra democratici e repubblicani, e Rand Paul, un libertario del Kentucky, medico oculista di formazione, antagonista di Trump per la nomination repubblicana, figlio di Ron, deputato del Texas e a più riprese candidato libertario alla Casa Bianca.

Ai due si sono aggiunti nelle ultime ore i senatori Mike Lee, dello Utah, e Jerry Moran, del Kansas, due Stati repubblicani al 100%. Nessuno dei quattro deve affrontare, l’anno prossimo, il giudizio delle urne nelle elezioni di mid-term, il che rende ancora più politicamente significativo il dissenso, non motivato da opportunismi contingenti.

Nessuna delle formule di riforma proposte da McConnell ha pienamente convinto i suoi colleghi, perplessi di fronte al mix delle ricette presidenziali: tagliare le tasse ai più ricchi e tagliare i servizi ai più poveri, lasciando, nei calcoli degli esperti del Congresso, 22 milioni di cittadini americani senza copertura sanitaria.

Non è chiaro quale mossa faranno i leader repubblicani. Ma non è escluso che debbano ricominciare da zero e provare a cercare il compromesso con i democratici. Per il presidente, che aveva la revoca dell’Obamacare al primo posto delle promesse elettorali, è uno schiaffo sonoro: fino all’ultimo, assicurava, nei suoi tweet, “ce la faremo”.

Poco prima del patatrac, Trump aveva invitato alcuni senatori alla Casa Bianca per esercitare pressioni sul dossier sanità. La sua frustrazione emerge in un tweet in cui punta il dito contro “i molti democratici e i pochi repubblicani che ci hanno deluso” elogiando “la maggior parte dei repubblicani che sono stati leali, incredibili e hanno lavorato molto duramente. Torneremo!”.

Forse, ma non si sa quando. Lo speaker della Camera Paul Ryan, il repubblicano più autorevole nel Congresso, teme che, a questo punto, “l’Obamacare resti”. Il presidente, che puntava a un successo per risollevare la sua popolarità e stornare l’attenzione dal Russiagate – suo figlio Donald jr dovrà presto testimoniare in Senato -, non riesce a capacitarsi delle regole del gioco al Senato, dove, spesso, non bastano 50 voti, ma ce ne vogliono 60: con 51 voti ad esempio passa la riforma, ma ce ne vogliono 60 per abolire semplicemente l’Obamacare. “Otto democratici controllano il Senato. E’ folle”, twitta ancora Trump. Ma non è detto che molti siano disposti a seguirlo su questa strada, che mette in discussione l’equilibrio dei poteri istituzionali e costituzionali.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+