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Nelle foto più curate, sembra quasi una sosia di Anna Chapman, la spia russa che ha ricevuto più attenzione dai media americani: un’attraente rossa di 28 anni – quando fu arrestata nel 2010: oggi, ne ha 35. L’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya non sarà una Mata Hari, ma è una tipa tosta. Meglio perderla che trovarla sul proprio cammino. E quello sciagurato di Donald Trump jr se l’è persino andata a cercare. E ora, bruciando sul tempo il New York Times, pubblica le mail che lo coinvolgono nel Russiagate, l’intreccio di contatti tra consiglieri di Trump ed emissari del Cremlino in campagna elettorale su cui indagano il procuratore speciale Robert Mueller e il Congresso

Nella mail più imbarazzante, Donald jr, una testa calda che ha già creato imbarazzi in famiglia, dice che “gli piacerebbe” avere dai russi elementi utili per infangare Hillary Clinton, allora rivale del padre nella corsa alla Casa Bianca: siamo a inizio giugno, a oltre cinque mesi dall’Election Day, quando il padre, candidato repubblicano, spronava gli hacker russi a divulgare il materiale contenuto nelle email segrete di Hillary.

Con l’operazione trasparenza, condotta su consiglio dei loro legali, i Trump cercano di stemperare le polemiche che montano e li stanno assediando: prima i consiglieri, poi il genero Jarred Kushner, adesso il figlio. Ma l’avvocato Veselnitskaya non ci sta: “Non ho mai avuto informazioni dannose per la Clinton”, dice alla Nbc, confermando l’incontro a New York con Donald jr del 9 giugno, ma negando legami con il Cremlino. “E’ possibile che loro cercassero quelle informazioni. Le volevano così disperatamente da sentire solo quello che faceva loro piacere”.

Gli sviluppi del Russiagate, alla vigilia di nuove audizioni in Congresso, oscurano, nelle cronache della giornata a Washington, la decisione di Trump di nominare Lewis M. Eisenberg ambasciatore degli Usa in Italia. Finanziere, investitore e filantropo, Eisenberg, la cui nomina deve ora essere confermata dal Senato, è cofondatore e partner di una società finanziaria, la Ironhill Investments, con sede a New York. Per sei anni presidente della Port Authority di New York e New Jersey – lo era al tempo degli attacchi all’America dell’11 Settembre 2001 -, con una carriera a Wall Street – alla Goldman Sachs dal 1966 al 1989 -, Eisenberg, 75 anni, di origine ebrea, ha avuto diversi ruoli nel partito repubblicano e ne è stato pure tesoriere.

Nella geografia diplomatica degli Stati Uniti, Roma è una sede premio, ambita per il prestigio storico e culturale e la qualità della vita attribuitale. Ma Eisenberg pare avere un profilo politico più marcato dei suoi immediati predecessori, pur senza competere con ambasciatori icone come Clare Boothe Luce o Richard Gardner o Peter Secchia o Reginald Bartholomew.

Donald jr motiva la decisione di diffondere sul suo account twiter @donaldjtrumpjr i testi delle mail sui contatti con la Veselnitskaya con l’intento “di essere totalmente trasparente”. In un messaggio, Rob Goldstone, promotore musicale, pr ed ex reporter di un tabloid britannico, l’intermediario dell’incontro con l’avvocatessa nella Trump Tower, scrive che le informazioni compromettenti “sono parte del sostegno russo e del governo (di Mosca) a Trump”.

In una mail a Donald jr del 3 giugno 2016, Goldstone dice di scrivere per conto del comune amico Emin Agalarov, una popstar russa, figlio di Aras, uomo d’affari vicino al presidente Putin e partner di Trump nel portare a Mosca Miss Universo 2013. Goldstone narra a Donald jr che un ex partner del padre sarebbe stato contattato da un alto funzionario del governo russo per offrire alla campagna di Trump “fango” sul conto della Clinton, documenti che “l’avrebbero incriminata” e che sarebbero risultati “molto utili a tuo padre”.

Donald jr risponde: “Se è vero quello che dici, mi piacerà un sacco, specie più avanti”, ossia il più vicino possibile all’Election Day. I documenti promessi – è un dato di fatto – non vennero mai fuori: a meno che non emergano nuovi elementi, lo stesso NYT considera l’incontro del 9 giugno un bluff di Mosca o di qualcuno che affermava di parlare per conto dei russi. Ma Donald jr ci credette e portò seco nella trappola all’incontro con l’avvocatessa il cognato Jared e Paul Manafort, allora il manager della campagna di Trump, poi fatto fuori perché troppo immischiato con i russi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+