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Quando ti scegli tu i giudici, le cose ti filano spesso lisce. E così la Corte Suprema degli Stati Uniti, cui Donald Trump e il Congresso repubblicano si sono affrettati a dare una maggioranza di destra, ripristina alcune disposizioni contenute nel bando all’ingresso negli Usa di viaggiatori provenienti da Paesi musulmani – il cosiddetto ‘muslim ban’ -, in attesa di pronunciarsi sulla sostanza.

Finora tutte le corti federali che hanno giudicato il bando, uno dei primi atti della presidenza Trump, mai entrato in vigore, lo avevano bocciato come discriminatorio e, quindi, incostituzionale.

Il divieto di ingresso negli Usa colpisce per 90 giorni i cittadini (e per 120 giorni i rifugiati) provenienti da sei Paesi prevalentemente musulmani (Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia). Una prima versione, pubblicata in gennaio e poi ritirata, includeva anche l’Iraq. La sentenza è immediatamente esecutiva: si applicherà da giovedì 29 giugno.

Nel merito e nel suo complesso, il bando sarà discusso in ottobre, quando saranno ascoltate le parti. Di qui ad allora, il bando potrà essere applicato solo a quanti non possono dimostrare d’avere legami con persone (parenti o amici, ndr) o con entità (formula che riguarda fra l’altro gli studenti, ndr) che sono legalmente negli Stati Uniti. Una formula piuttosto vaga, che apre la strada – rilevano alcuni esperti – a “uno tsunami di ricorsi”.

E’ stato un buon lunedì, per Donald Trump: fronte Russiagate, il presidente può persino permettersi di mettere alla berlina il suo predecessore Barack Obama, che non fece nulla per fermare le mene dei russi sulle elezioni (“E’ un colluso, dovrebbe scusarsi con me”).

La Casa Bianca ha subito sbandierato la decisione della Corte Suprema come “una chiara vittoria per la nostra sicurezza nazionale”. Trump afferma: “La mia prima responsabilità come comandante in capo è quella di garantire la sicurezza degli americani. La decisione di oggi mi dà uno strumento per farlo importante”.

In realtà, nessuno dei terroristi dell’11 Settembre 2001 veniva dai bandi del bando: anzi, 14 su 18 venivano dall’Arabia Saudita, il grande alleato nel Medio Oriente. Trump dice. ”Come presidente non posso consentire a persone che vogliono farci del male di entrare nel Paese … Sono inoltre gratificato dal fatto che la decisione sia stata assunta 9 a 0”.

Su un punto, infatti, i giudici sono stati unanimi: il bando rientra nelle prerogative del presidente, se la sua motivazione è la sicurezza nazionale, mentre le corti federali ne avevano fin qui bocciato l’aspetto discriminatorio. Tre dei giudici supremi, tra cui il neo-nominato Neil Gorsuch, scelto proprio da Trump e confermato di stretta misura dal Senato, puntavano a un ripristino integrale, ma ha poi prevalso una linea meno smaccatamente ‘governativa.

Una delle associazioni che contestano in bando, l’America Civil Liberties Union, dà appuntamento al presidente e all’Amministrazione in aula a ottobre, convinta di spuntarla sul merito.

In realtà, la Corte Suprema spera che la questione si sgonfi da sola: di qui all’autunno, infatti, l’Amministrazione potrebbe completare la revisione complessiva dei requisiti che deve avere qualunque straniero chieda di entrare negli Usa, che venga o meno da un Paese musulmano. Ma forse i tempi sono stretti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+