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Nell’America di Trump, le sparatorie di massa aumentano. E i poliziotti bianchi che uccidono neri inermi vengono assolti – ma questo, a dire il vero, accadeva anche prima -. E un complottista che sostiene che la strage dei bambini a Newtown nel 2012 fu tutta una messa in scena trova gli onori della prima serata su una televisione nazionale.

Il mondo alla rovescia, a cominciare dalla sparatoria del 14 giugno ad Alexandria (Virginia), davanti a Washington dall’altra parte del Potomac: un uomo, sostenitore del senatore ‘socialista’, e pacifista, Bernie Sanders nelle primarie democratiche 2016, spara contro dei deputati repubblicani che s’allenano a baseball per la partita del cuore contro i rivali democratici e ne ferisce gravemente uno, Steve Scalise, prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine.

Secondo l’organizzazione non profit Gun Violence Archive, il numero delle sparatorie negli Usa era, a metà giugno, di 154 rispetto alle 142 dello stesso periodo dello scorso anno. Lo stesso giorno, ci fu in California un ‘problema’ sul lavoro in un deposito della Ups, risolto a pistolettate: almeno cinque le vittime. Il totale dei morti dall’inizio dell’anno, compresi i casi in cui è deceduta una sola persona, è stato di 6.880.

Secondo la definizione adottata negli Stati Uniti, le sparatorie di massa sono le situazioni in cui quattro o più persone, incluso lo sparatore, rimangono uccise o ferite. I conteggi non tengono conto dei suicidi con arma da fuoco. Secondo il CDC di Atlanta, il Center for Disease Control, oltre 21 mila americani ogni anno si tolgono la vita sparandosi.

Uccidi l’uomo nero e vai assolto – Il 16 giugno, era poi venuta l’assoluzione dell’agente di polizia ispanico che lo scorso luglio, quasi un anno fa, uccise il nero Philando Castile durante un controllo di routine finito male: Jeronimo Yanez aveva fermato Castile vicino a Minneapolis, in Minnesota, perché riteneva che l’uomo corrispondesse alla descrizione di un sospettato per una recente rapina.

La fidanzata di Castile, che era accanto a lui in auto, mentre la figlia piccola era seduta dietro, filmò tutta la scena: un video di straordinaria intensità divenuto virale. Nonostante l’assoluzione, Yanez è poi stato licenziato. Il che non ha però placato gli animi: migliaia di persone hanno pacificamente manifestato contro il verdetto della giuria e decine sono state arrestate per non essersi disperse all’ordine delle forse dell’ordine.

La polizia ha poi diffuso un suo video sull’episodio, che non fa però chiarezzae. Nel filmato, ripreso da una telecamera dell’auto dello stesso Yanez, parcheggiata dietro a quella di Castile, si vede come una discussione inizialmente calma ed educata si trasformi in pochi secondi in una situazione tesa e poi fatale.

Prima di scendere dalla vettura, Yanez aveva detto via radio a un collega che gli sembrava di avere riconosciuto in Castile l’autore di una rapina di pochi giorni prima. Nel video si vede Yanez che chiede patente ed assicurazione, dopo aver contestato al conducente un faro posteriore rotto.

Castile risponde cortese e consegna i documenti. Poi aggiunge: “Signore, devo dirle che ho un’arma con me”. Il poliziotto mette la mano sulla fondina e intima: “Ok, non toccarla”. Il guidatore fa come per rispondere, ma l’agente, sempre più teso, grida “Non tirarla fuori, non tirarla fuori” e gli esplode contro sette colpi. “Non stavo prendendola”, si sente dire Castile morente. Nel filmato non si vedono le mani di Castile né che cosa stesse facendo prima che Yanez gli sparasse. In aula, l’agente ha sostenuto che l’uomo stava afferrando l’arma.

La vicenda rievoca sparatorie analoghe con neri inermi uccisi da poliziotti generalmente bianchi tra l’estate 2015 e quella 2016.

I bimbi uccisi? Comparse anti armi – In questo clima, capita che l’Nbc mandi in onda, nel giorno della Festa del Papà negli Usa, in ‘prime time’, l’intervista a Alex Jones, animatore del sito Infowars e uno dei più celebri complottisti d’America, pubblicamente appoggiato dal presidente Trump. Jones non smentisce una delle sue tesi più sconvolgenti: che il massacro di Newtown (Connecticut) sarebbe stata tutta una messa in scena della lobby contro le armi facili.

Il 14 dicembre 2012, alla Sandy Hook Elementary School, 26 persone, tra cui venti bambini, furono trucidati da un teen-ager fuori di testa che poi si uccise, dopo avere crivellato di colpi pure la madre insegnante nella stessa scuola.

Mamme e papà ancora in lutto sono insorti contro Megyn Kelly, la nuova diva della prima serata che la Nbc mesi fa ha strappato alla Fox, offrendole un programma nella fascia d’oro dei palinsesti del week-end. “Disgustati”, la JP Morgan Chase e altri inserzionisti hanno ritirato i loro spot da tutti i programmi del network.

La Kelly, che per il suo esordio il 4 giugno aveva intervistato Vladimir Putin, deve la sua popolarità a uno scontro verbale con Donald Trump, nel primo dibattito in diretta televisiva fra gli aspiranti alla nomination repubblicana – estate 2015 -. La giornalista ha spiegato di volere “puntare i riflettori su Jones”: il “re dei complotti” è amico del presidente, che in campagna elettorale si fece intervistare da lui, tributandogli ammirazione e affermando che sarà sempre dalla sua parte. Trump, dopo le elezioni, ha accreditato Infowars alla Casa Bianca.

“Molti non lo conoscono. Dobbiamo fare luce” su di lui, sostiene la Kelly, senza però smorzare le polemiche e il disgusto di molti spettatori. Jones ha una valanga di complotti nel suo dossier: oltre ad avere sostenuto che i bambini uccisi a Sandy Hook erano attori e che pure altre sparatorie, come la strage di Aurora (Colorado), erano una messa in scena, fu tra i primi a sostenere che l’ex presidente Barack Obama non è nato negli Usa.

In precedenza, aveva asserito che le stragi dell’11 Settembre 2001 erano state un “inside job”. E, più di recente, in la campagna elettorale, aveva rilanciato il Pizzagate: in una pizzeria di Washington, Hillary Clinton e altri vip democratici avrebbero molestato minori e condotto riti satanici. Era tutta una balla, ma uno squilibrato lo prese sul serio: si recò sul posto “per indagare” sparando all’impazzata.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+