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Un fotomontaggio sulla Brexit a tutta pagina di Theresa May, pettinata e abbigliata come la principessa Leila di Guerre Stellari, e sotto la didascalia: “Che la farsa sia con te!”, versione ironica del motto Jedi, con la parola ‘farce’, farsa, al posto di ‘force’, forza. E’ la copertina di martedì del Daily Mirror: un modo per denunciare il caos fra i conservatori britannici, dopo l’esito per loro assai deludente delle elezioni politiche anticipate dell’8 giugno, e l’attaccamento alla poltrona della premier, che molti, nel suo partito, preferirebbero vedere sostituita.

“La presa di Theresa May su Downing Street si è trasformata in una farsa tanto che i negoziati sulla Brexit e il ‘discorso della regina’ vengono posticipati”, afferma l’editoriale del quotidiano citando il mea culpa del primo ministro che, parlando ai deputati del suo partito, ha ammesso d’avere messo tutti nei guai: ha chiamato al voto anticipato i cittadini convinta di poter allargare la propria maggioranza e gestire in posizione di forza i negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue; e s’è ritrovata con meno deputati e nella necessità di formare un governo di coalizione con gli ultra-conservatori irlandesi dalla maggioranza risicatissima – due seggi -. Mentre l’opposizione laburista di Jeremy Corbin s’è rafforzata e galvanizzata.

Sul fronte europeo e della Brexit, la May ‘diminuita’ dalle elezioni di giugno si trova di fronte un’Unione ‘ringalluzzita’ dai voti francesi di maggio e giugno: il neo-presidente Emmanuel Macron, dotato d’una larghissima maggioranza nell’Assemblea popolare, mira a rinsaldare in chiave europea il rapporto con la Germania di Angela Merkel. Se la prima sortita ‘presidenziale’ di Macron è stata a Berlino, la prima della May dopo il voto è stata a Parigi.

Ma né l’Ue né la Francia, e tanto meno la Germania, rigida per definizione, intendono fare sconti alla Gran Bretagna nella trattativa per l’uscita dall’Unione, che inizierà la prossima settimana e che deve chiudersi nella primavera 2019, prima delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Il che vuol dire che il tempo utile per negoziare si riduce a 18 mesi, così da lasciare poi spazio alle ratifiche.

Il negoziatore di Bruxelles Michel Barnier, ex ministro degli Esteri francese ed ex commissario europeo, gira il dito nella piaga e, facendo il verso alla May, dice che tutte le opzioni della Brexit sono aperte, anche quella di una uscita di Londra senza accordo – nella campagna elettorale, uno degli slogan della premier era “Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo” -. Da Parigi e Berlino vengono parole quasi canzonatorie di Macron e del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: se Londra vuole fare retromarcia e restare nell’Ue, la porta è aperta. Ma come?, dopo che la premier, in origine anti-Leave, ha fatto della ‘hard Brexit’ la propria bandiera?

“Fino a che il negoziato non sarà finito, la porta resta aperta”, sottolinea, nel giardino dell’Eliseo, Macron. Ma aggiunge, gettando un salvagente alla May: “La decisione è stata presa dal popolo sovrano britannico e come tutte le decisioni del popolo sovrano va rispettata”. I due leader vanno poi insieme allo Stade de France a vedere un’amichevole Francia – Inghilterra: i bianchi prendono scoppole dai bleus anche lì, finisce 3 a 2.

Secondo Jean-Pierre Darnis, docente universitario, direttore del programma Sicurezza e Difesa dello IAI, il principale obiettivo della Francia di Macron è di “stabilire un dialogo con la Germania, per potere negoziare una serie di dossier sui quali, a fronte delle novità francesi, la Germania sia pronta a fare evolvere alcune sue posizioni percepite come rigidità e freni al rilancio economico europeo”. A tal fine, “la squadra di governo francese è provvista di solidi esperti che vantano relazioni dirette con Berlino.

“Il calendario è chiaro – prosegue Darnis -: Macron vuole adottare la riforma del mercato del lavoro entro fine settembre, così da potersi presentare con le carte in regola all’appuntamento di ottobre con l’esecutivo tedesco uscito dalle elezioni in Germania, e rilanciare il ‘motore franco-tedesco’, cioè l’incontro fondamentale fra le posizioni del Nord e del Sud dell’Europa”.

E’ una dinamica che ha una forte dimensione francese: “E’ da tanto tempo che la Francia non si muove con una strategia così chiara e potenzialmente capace di creare una dinamica europea”, perché, dalla ritrovata intesa franco-tedesca, “potrebbe poi partire una serie di spinte al riformismo e all’integrazione europea”.

Per assurdo, le difficoltà internazionali costituiscono un contesto favorevole per questi mutamenti: la presidenza Trump negli Stati Uniti e la Brexit britannica, senza dimenticare la minaccia terrorista, spingono “a rinnovate convergenze a livello europeo”: dopo l’elezione di Trump, l’Ue ha vissuto ripetuti appuntamenti elettorali tutti segnati dalla sconfitta degli euro-scettici.

Da questo fermento, la Gran Bretagna è tagliata fuori e l’Italia rischia di esserlo: parlando dal punto di vista europeo, e solo europeo, senza tenere conto di chi ha il vantaggio nei sondaggi e/o da chi ne trae dalla legge elettorale che è e che sarà, l’Italia perde un giro – europeo – se non vota quest’anno, allineandosi a Francia e Germania.

Perché questo, per l’Unione europea, è un anno di transizione e di preparazione: le decisioni non saranno prese prima dell’autunno/inverno 2017/’18. In autunno, infatti, tutti i Grandi dell’Unione, e tutti i Paesi fondatori, saranno preparati a una riflessione a medio/lungo termine e ad un negoziato sul futuro del progetto europeo. Tutti tranne l’Italia, impaniata nella sua perenne campagna elettorale e incapace di uscire dal contingente e dal breve termine. E che, dunque, affronterà pensando ad altro un negoziato decisivo per il suo futuro ed alle cui conclusioni aderirà per forze d’inerzia. Con il voto alle spalle, invece, l’Italia potrebbe essere protagonista e dare un contributo e un impulso a forgiare il futuro proprio ed europeo.

Invece, rischia di non trovarsi in prima fila al momento giusto, adesso che il vento anti-europeista sembra affievolirsi e la Brexit avvicinarsi facendo meno paura. Gianni Bonvicini, già vice-presidente dell’Istituto Affari Internazionali, scrive sulla rivista online AffarInternazionali.it: “Negli ultimi mesi e giorni, gli elettori europei messi davanti a una scelta secca fra candidati filoeuropei ed euroscettici hanno alla fine optato per i primi con maggiore o minore entusiasmo”.

Questo diverso umore delle opinioni pubbliche nazionali era stato già parzialmente confermato dall’ultimo Eurobarometro di aprile, che segnalava che circa la metà degli intervistati, il 47%, ancora crede nell’Europa, contro un 46% che continua a rifiutare una maggiore integrazione. “Ma – osserva Bonvicini – il dato interessante è che i favorevoli sono cresciuti di 11 punti rispetto all’ottobre del 2016”. L’Italia, però, “rischia di essere ancora una volta il ventre molle dell’Unione: da noi, solo il 39% sostiene l’Ue, addirittura un punto sotto l’euroscettica Gran Bretagna. I contrari sono al 48%”. E se “l’Europa riparte sulla base di una rinnovata alleanza fra Parigi e Berlino, noi rischiamo di rimanerne esclusi. O di essere relegati nel secondo cerchio di un’Unione che ormai si muove nella prospettiva di più velocità. Per un Paese fondatore come l’Italia, e cui Macron chiede insistentemente di esserci, perdere quest’occasione sarebbe deleterio”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+