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Mueller l’onesto, l’usato sicuro nei decenni fedele alla Costituzione e alle Istituzioni, contro Kasowitz lo scaltro, capace di dipanare a favore proprio, cioè dei propri clienti, le situazioni più ingarbugliate. Il procuratore speciale contro l’avvocato difensore: è il match del Russiagate che, per settimane, anzi per mesi, andrà in scena a Washington sul ring della politica e della giustizia.

Robert Swan Mueller III, presto 73 anni, è un avvocato e un funzionario pubblico, con un passato da marine in Vietnam, dove fu decorato. Dal 4 settembre 2001 al 4 settembre 2013 è stato direttore dell’Fbi: è cioè il predecessore di quel James Comey il cui licenziamento ad opera di Donald Trump ha definitivamente scoperchiato il vaso di Pandora del Russiagate e innescato le fughe di notizie ripetute che assillano l’Amministrazione repubblicana.

Mueller s’era insediato a capo dell’Fbi da una settimana, quando gli attentati dell’11 Settembre 2001 cambiarono l’America e il Mondo: in tempi difficili, seppe pilotare l’Fbi fuori dalle polemiche sull’inefficienza delle agenzie d’intelligence e di anti-terrorismo americane. Quando aveva esaurito il suo mandato di dieci anni, lui, nominato dal repubblicano Bush jr, si vide prorogare per due anni dal democratico Obama: segno che aveva operato bene, in modo bipartisan.

Dopo alcuni anni nel settore privato, il 17 maggio Mueller venne ‘ripescato’, un po’ bruscamente, dal Dipartimento della Giustizia come procuratore speciale sul Russiagate, l’intreccio dei contatti, prima e dopo la campagna elettorale, tra uomini di Trump ed emissari del Cremlino, e pure sull’eventuale intralcio alla giustizia operato dal presidente. La sua scelta fu commentata con favore quasi unanime: “La persona giusta al posto giusto”, pensarono e dissero repubblicani e democratici.

Il che non impedì a Trump di progettare di rimuoverlo, qualche giorno or sono. Oggi, farlo gli sarà, anzi gli sarebbe, molto più difficile.

Kasowitz è un avvocato di successo, che ha fra i suoi clienti oligarchi russi e banche russe – non proprio l’ideale per allontanare dal presidente il sospetto di connivenze con i russi – e anche l’ex capo della campagna presidenziale Paul Manafort – al soldo dei filo-russi ucraini – e il noto molestatore seriale Bill O’Reilly, un amico di Trump. Dopo le audizioni di Comey e del ministro della Giustizia Jeff Sessions, aveva dato per assolto il suo cliente. Invece, la battaglia legale è appena cominciata.

Nei mesi scorsi, fu lui a suggerire al presidente di sbarazzarsi di decine di giudici scomodi, specialmente del procuratore federale di New York Preet Bharara, che aveva giurisdizione su molti degli affari di Trump.

Il suo studio legale si muove con prudenza in politica: grande donatore della campagna di Trump, è stato anche generoso con il senatore democratico di New York Chuck Schumer, dopo esserlo stato con Obama e Biden.

L’Impeachment – L’ipotesi d’impeachment continua a scivolare – inesorabile? – sul piano inclinato del Russiagate e della politica Usa. Ma la messa sotto accusa del presidente resta lontana: i repubblicani sono ancora incerti su che cosa convenga loro, se difendere Trump o passare al ‘self-impeachment’ per sbarazzarsene e puntare sul suo vice Mike Pence; i democratici hanno invece interesse a tenere il fuoco basso, salvo poi alzare la temperatura quando si avvicineranno le elezioni di midterm del novembre 2018.

Ma anche a volere correre, con l’impeachment si va piano. Per prima cosa, il procuratore speciale Robert Mueller deve condurre a termine la sua indagine e determinare se Trump vada davvero rinviato a giudizio per ostruzione alla giustizia. Dopo di che, toccherà al Congresso pronunciarsi.

Sulla strada, molti ostacoli legali: il presidente può appellarsi alle sue prerogative e ai suoi privilegi.

Il termine impeachment significa letteralmente ‘imputazione’: è un istituto che risale all’Inghilterra del XIV Secolo per il rinvio a giudizio dei titolari di cariche pubbliche che abbiano commesso illeciti nell’esercizio delle loro funzioni. Negli Stati Uniti, è stato usato soprattutto per rimuovere dall’incarico giudici.

I presidenti sottoposti a impeachment sono stati due, ma il procedimento non è mai arrivato fino in fondo: nel 1868, il presidente repubblicano Andrew Johnson, succeduto ad Abraham Lincoln, subì un vero e proprio processo politico e si salvò per un solo voto; nel 1999, il presidente Bill Clinton, accusato di spergiuro e d’intralcio alla giustizia sui suoi rapporti con Monica Lewinski, se la cavò perché una maggioranza di senatori attribuì quella vicenda alla sfera privata e non a quella pubblica.

Niente impeachment neppure per Richard Nixon: nell’agosto 1974, le dimissioni del presidente anticiparono l’azione del Congresso.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+