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Tre stagioni del terrorismo coincidono e si sovrappongono in questa fetta di giugno: c’è il Ramadan di sangue, con le stragi in Afghanistan e in Iraq; c’è il ciclo elettorale in Europa, con gli attacchi in Inghilterra e a Parigi; e c’è la frustrazione per le sconfitte sul terreno del sedicente Stato islamico, l’Isis, che sta perdendo le sue capitali, Mosul in Iraq, la cui battaglia va avanti da otto mesi, e Raqqa in Siria, dove l’offensiva finale è appena cominciata.

Ovunque nel Mondo, da Melbourne a Manila a Orlando, episodi di violenza quasi sicuramente non innescati da motivazioni ideologiche o religiose contribuiscono ad alimentare la psicosi del terrore; e la propaganda dell’autoproclamato Califfo ne approfitta. E, intanto, istigati dai messaggi d’odio e di divisione del presidente Usa Donald Trump, gli alleati musulmani dell’Occidente nella guerra al terrorismo colgono l’occasione per regolare i conti fra di loro invece che con l’Isis.

Impressionano di più, perché ci sono più vicini e sono più riconoscibili, gli attacchi alle elezioni, mentre il ‘Ramadan di Sangue’ nel Grande Medio Oriente è ormai un’abitudine di tre lustri. Ma l’effetto frustrazione è forse il più pericoloso: gli aspiranti ‘foreign fighters’ delusi dalle sconfitte dell’Isis sfogano a casa loro, che è poi la nostra, la rabbia dell’impotenza, con azioni magari poco strutturate militarmente, ma spesso letali. E l’Italia non resta immune, contagiata della psicosi dell’insicurezza – come dimostra quanto avvenuto a Torino sabato notte – e percorsa dai terroristi – dopo il killer del mercato di Natale a Berlino, ha trascorsi italiani uno degli attentatori di Londra – .

Gli attacchi alle elezioni – L’intersecarsi delle stagioni del terrorismo produce raffiche di attentati, con un intreccio d’obiettivi politici e religiosi. Soldati del Califfo più o meno scientemente arruolati colpiscono il 22 maggio a Manchester e il 3 giugno a Londra, dove fanno almeno sette vittime e decine di feriti in episodi a catena correlati, un furgone bianco assassino sul Ponte di Londra, dove tutti siamo stati, e attacchi all’arma bianca in un’area da movida lì accanto. Tre terroristi uccisi, stazioni della metropolitana chiuse, un pezzo di città in lockdown: Brexit o non Brexit, questa è l’Europa di oggi.

Tre giorni dopo, martedì 6 giugno, c’è l’attacco a martellate di fronte a Notre Dame, a Parigi, altro luogo della memoria collettiva. Gli attentati scandiscono, sia in Gran Bretagna che in Francia, le ultime battute di campagne elettorali già insanguinate: nel Regno Unito, l’8 giugno si rinnova il Parlamento; in Francia, l’11 giugno (e il 18 ai ballottaggi) si elegge l’Assemblea nazionale.

L’impressione è forte, la reazione – specie in Inghilterra, dove i bilanci sono più tragici – è straordinariamente composta, nonostante la Gran Bretagna si ritrovi sotto attacco per la terza volta in poco più di due mesi, la seconda in meno di due settimane, dopo il raid sul ponte di Westminster e il tentativo d’irruzione nella sede del Parlamento e dopo la strage delle ragazzine al concerto d’Ariana Grande a Manchester. La gente reagisce con la stessa ostinata silenziosa determinazione dei londinesi al tempo della battaglia d’Inghilterra, sotto le bombe e i razzi nazisti.

Come in Francia, come potrà essere in Germania, l’obiettivo, oltre che l’occasione, sono le elezioni: c’è la volontà di esasperare il voto, di creare un clima da scontro di civiltà che la miopia incendiaria di leader populisti incoraggia (invece di contrastare). … di qui in avanti, il pezzo riprende contenuti si articoli precedenti …

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+