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Seduto a un tavolinetto, davanti alla Commissione Intelligence del Senato degli Stati Uniti schierata al gran completo, James Comey non era a suo agio, il lungo collo solcato da una vena in evidenza: l’ex direttore dell’Fbi aveva di sicuro le mani sudate. Ma più a disagio di lui, e più sudato, doveva essere, alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump, che smette di guardare la televisione prima che l’audizione di Comey finisca, mentre, nei bar di Washington, ci sono crocchi di persone davanti agli schermi, manco andasse in onda la finale dell’Nba tra Golden State e Cavaliers – il match potenzialmente decisivo è questa sera -.

Nell’audizione, Comey, che non dà mai l’impressione d’essere adamantino nelle sue dichiarazioni, conferma quanto aveva già messo per iscritto: parla di pressioni esercitate dal presidente su di lui e sull’Fbi perché “sgomberassero” il cielo dell’Amministrazione “dalle nuvole” del Russiagate, l’indagine sui contatti tra uomini di fiducia di Trump ed emissari del Cremlino. La sua deposizione non fuga l’ombra dell’impeachment, ma non le dà definitivamente corpo, mentre i giuristi si dividono sui percorsi da imboccare e sul peso giuridico delle parole dette.

Perché Comey un po’ accusa e un po’ svicola. Il presidente gli chiese di essergli leale e, soprattutto, di lasciare perdere l’inchiesta sul suo consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn, che è “una brava persona”; ma non gli chiese di smettere di indagare sul Russiagate. Messo in difficoltà, Comey, per evitare discorsi scivolosi, chiese che ci fossero sempre testimoni, quando incontrava Trump, e ora dice di sperare che esistano i nastri di quei colloqui.

Stanco e tirato, sotto torchio per tre ore, l’ex direttore dell’Fbi fa l’elogio degli uomini del Bureau, che da mercoledì ha un nuovo capo, Christopher H. Wray, un “modello di integrità” e “guardiano della legge”, a sentire Trump che l’ha scelto.

Comey conferma che il presidente non è indagato. E ciò basta al legale di Trump Marc Kasowitz per dichiarare la propria soddisfazione: “Il presidente si sente totalmente scagionato” e ora “vuole guardare avanti”. Anche la Commissione Intelligence, però, ha voglia di guardare avanti; e così pure il procuratore speciale incaricato di condurre l’inchiesta, Robert Mueller III.

Ma il peggio, per Trump, deve ancora venire: “Il presidente è un bugiardo”, dice Comey: “Dopo avermi elogiato m’ha diffamato”, per giustificare il licenziamento. Non c’è dubbio che “la Russia interferì nella campagna presidenziale”, compiendo “centinaia, forse migliaia di hackeraggi”, anche se non c’è modo di dire quanto abbia inciso – “lo farà ancora” -.

La replica dalla Casa Bianca è secca: Trump “non ha mentito” e non ha esercitato alcuna pressione. Persino lo speaker della Camera Paul Ryan, il repubblicano più autorevole, giudica “ovviamente inappropriato” che il presidente (“inesperto”) volesse un attestato di fedeltà dal direttore dell’Fbi.

I repubblicani giocano sull’atteggiamento di Comey, ambiguo e irresoluto in campagna elettorale, sull’emailgate, la vicenda delle mail di Hillary Clinton spedite da un account privato quand’era segretario di Stato; e lui riconosce d’avere subito anche allora condizionamenti politici.

L’ex direttore dell’Fbi ammette pure di avere chiesto a un suo amico, Daniel Richman, professore alla Columbia University di New York, di filtrare ai media informazioni sui colloqui con Trump: “Intendevo così favorire la nomina di un procuratore speciale”.

I democratici cercano, invece, di mettere a fuoco il comportamento di Trump sul Russiagate, anche se l’ostruzione della giustizia è difficile da provare basandosi sulle parole di Comey, un marpione sempre sul filo tra l’accusa al presidente e la propria difesa.

Il Russiagate ha già innescato tensioni alla Casa Bianca, con il coinvolgimento del genero e consigliere del presidente Jared Kushner. Il segretario alla Giustizia Jeff Sessions, che s’è chiamato fuori dall’inchiesta, aprendo la via al procuratore speciale, ora rischierebbe il posto: Trump lo considera un molle e gli contesta pure d’avere ammorbidito il bando anti-musulmani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+