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Se non fosse una tragedia, con vittime a bizzeffe, la guerra al terrorismo combattuta tra Iraq e Siria, con inversioni di ruolo a ogni cambio di scena, sarebbe una commedia dell’assurdo: alleati fra di loro nemici e nemici che si scoprono alleati. Il giorno dopo che i sauditi hanno bandito dalla loro coalizione il Qatar, reo di connivenza parallela con l’Iran sciita e gli jihadisti sunniti, scatta la battaglia decisiva per riconquistare Raqqa, capitale siriana del sedicente Stato islamico: l’hanno preceduta martellanti ondate di raid aerei americani, in cui gioca un ruolo cruciale la base di Udaid, nel Qatar, sede dal 2003 del quartier generale del Comando Centrale Usa, che ospita circa 10 mila militari Usa.

A condurre l’attacco sul terreno sono circa 5 mila uomini delle milizie curdo-siriane del Pyd-Ypg sostenute dagli Stati Uniti, che assediano da tre lati la città in mano all’Isis dal 2014. L’avanzata della costola siriana del movimento curdo in Turchia, il Pkk, è però seguita con allarmata ostilità de Ankara, nemica dell’autoproclamato Califfo, ma pronta a usare le armi contro i curdi – avverte il premier Yildirim – se i loro successi compromettessero gli interesse nazionali turchi. Perché per il regime del presidente Erdogan quei curdi sono, a loro volta, terroristi da combattere.

Tra alleanze contradditorie e ‘danni collaterali’, cioè vittime civili – se ne contano decine, solo nelle ultime 48 ore -, starebbe compiendosi la profezia dei leader del G7 di Taormina: “Cacceremo l’Isis da Mosul e da Raqqa”.

Si sa però come vanno queste cose: l’offensiva finale parte, ma poi ci vogliono mesi perché vada in porto. La battaglia di Mosul, la capitale dell’Isis in Iraq, è stata lanciata nell’ottobre del 2017: otto mesi dopo, è segnata, ma è ancora in corso. Quella di Raqqa è già alla quinta fase, calcola Talal Sillo, portavoce delle Forze siriane democratiche. Fra i caduti della battaglia, a fine maggio, c’è stata la mitica combattente curda Ayse Daniz Karacagil, ‘cappuccio rosso’, 24 anni.

Gli Usa sono consapevoli che sarà “una battaglia lunga e difficile”: le sconfitte dell’Isis in Siria e Iraq ridurranno – si dice – la capacità dell’organizzazione di condurre attacchi in Occidente. Se è vero che il Califfo in ritirata attira meno ‘foreign fighters’, la frustrazione degli adepti moltiplica gli attentati in Europa, condotti magari senza grosse capacità militare, ma comunque letali.

Raqqa è nelle mani dell’Isis dal gennaio 2014. In città, secondo fonti dell’Onu, rimarrebbero ancora circa 200 mila civili, intenzionati ad andarsene prima dell’attacco finale – altrettanti avrebbero già abbandonato la città negli ultimi sei mesi -.

Gli Stati Uniti, la cui presenza militare sul terreno in Siria si limita a qualche commando -, appoggiano dal cielo con i loro alleati le forze curdo-siriane, mentre non è chiaro il ruolo che avranno i russi. Nelle ultime 48 ore sono stati compiuti 24 raid aerei su Raqqa, mentre le milizie, con le armi loro cedute da Washington, suscitando l’ira di Ankara, martellano da giorni la città con l’artiglieria.

In un contesto in cui non si può verificare sul terreno l’esattezza delle notizie sul terreno, si parla dell’uccisione di almeno 12 civili che tentavano di fuggire da Raqqa tramite l’Eufrate, il fiume che limita a sud la città, e della distruzione sotto le bombe di un raid d’una scuola, che era stata trasformata in centro di accoglienza e dove erano ospitati sfollati – una quarantina le vittime -.

I piani sono che, una volta presa Raqqa, le milizie curde ne affidino a una entità amministrativa locale il governo. Ma Erdogan, polemico con la decisione di Trump di armare i curdi, diffida.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+