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Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l'Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017 (AP Photo/Susan Walsh)

Le bugie avranno pure le gambe corte, ma a corto termine riempiono le urne di voti. Donald Trump continua a praticare la tattica che gli è valsa la Casa Bianca: spera che aiuti la sua Amministrazione a passare l’ostacolo del voto  di midterm nel 2018 e che gli porti un secondo mandato nel 2020.

La mossa d’abbandonare l’Accordo di Parigi contro il riscaldamento globale desta però più critiche che consensi: dalla sua, un po’ d’industriali ‘vecchio stampo’ e di repubblicani negazionisti; contro, il resto dell’America e tutto il Mondo, che si riconosce nell’hashtag lanciato da Emmanuel Macron #Makeourplanetegreatagain. Papa Francesco trova la decisione di Trump “terribile”, Putin dice che “andava evitata”, Ue e Cina fanno fronte comune, il premier canadese Trudeau propone a Francia e Germania un Vertice per contenere il danno.

Sul clima, i presidente non è isolato solo internazionalmente: ha contro i suoi colleghi imprenditori, parte della sua famiglia e Amministrazione, Stati e città Usa.

Facendone “una questione di principio”, Bob Iger, ceo della Disney, lascia il comitato degli advisor di Trump. E prima di Iger s’era già sfilato Elon Musk, visionario fondatore della Tesla, l’azienda d’auto elettriche: “Il cambiamento climatico è reale. Uscire dall’Accordo di Parigi non è buono né per l’America né per il Mondo”.

Le decisioni di Iger e Musk sono schiaffi per l’Amministrazione: evidenziano una rottura proprio con il mondo imprenditoriale da dove il presidente viene e con cui vanta ottimi rapporti. Giorni fa, la Corporate America aveva esercitato un forte pressing sulla Casa Bianca perché rispettasse l’Accordo: amministratori delegati di alcune delle maggiori società avevano comprato una pagina sui principali quotidiani e pubblicato un appello.

Oltre a Iger e a Musk, James Quincey (Coca-Cola), Jamie Dimon (JPMorgan), Alex Gorsky (Johnson & Johnson) e Lloyd Blankfein (Goldman Sachs) scrivevano. ”Se gli Usa usciranno dall’Accordo, riteniamo ci possano essere implicazioni commerciali negative … Siamo impegnati a continuare a lavorare con l’Amministrazione per creare posti di lavoro e aumentare la competitività e riteniamo che questi obiettivi possano essere raggiunti restando nell’Accordo”.

Anche una fetta consistente dell’industria energetica era contraria: Rex Tillerson, ex ceo di Exxon, oggi segretario di Stato, ma senza voce in capitolo, assicura che “gli Usa continueranno a ridurre l’inquinamento”. La stampa, spulciando le molte approssimazioni del discorso presidenziale, “basato su ricerche dubbie o distorte” – scrive il NYT -, indica nella Cina “il grande vincitore”: dopo la retromarcia americana, potrà prendere la leadership della battaglia per salvare il Pianeta.

Le cose non filano lisce neppure a casa Trump. L’abbandono dell’Accordo di Parigi è una vittoria dei negazionisti della sua squadra, cioè il consigliere Steve Bannon e il responsabile per l’ambiente Scott Pruitt, ma lascia scontenta la coppia regina della Casa Bianca, la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, che non erano presenti all’annuncio nel Giardino delle Rose.

Quanto alla frase “io sono qui per difendere gli interessi della gente di Pittsburgh, non di Parigi”, essa suona paradossale: il sindaco di Pittsburgh, Bill Perduto, sta con Bill De Blasio (New York) e decine di altri sindaci americani che s’impegnano a rispettare lo stesso l’Accordo di Parigi. E anche i governatori di 10 Stati hanno già fatto analoga scelta: la California e New York, che da soli sono un quinto dei cittadini statunitensi, stringono un patto con lo Stato di Washington e altri per non violare l’intesa.

Trump è impegnato in una vera e propria offensiva sul fronte interno, in una corsa contro il tempo per anticipare sviluppi del Russiagate sempre in agguato. Ha chiesto alla Corte Suprema d’avallare il bando all’ingresso negli Usa di cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana, finora bloccato dalle sentenze dei giudici federali.

Per il Dipartimento della Giustizia, il decreto rientra nei poteri del presidente “per rendere il Paese più sicuro e proteggerlo dal terrorismo”. “Persone provenienti da Paesi che sponsorizzano o proteggono il terrorismo non devono entrare – sostiene il portavoce del Dipartimento della Giustizia – finché non saranno possibili controlli adeguati e finché quei Paesi non rappresenteranno più una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+