CONDIVIDI

Il giorno più lungo dell’estenuante prima missione internazionale di Donald Trump e della sua famiglia, alias la sua Amministrazione, se n’è andato. “E’ giovedì e dev’essere Bruxelles”, gli suggeriva a mo’ di promemoria ieri mattina il New York Times: in poche ore, Trump ha fatto visita ai presidenti e ai responsabili delle Istituzioni europee – 45’, roba proprio da quattro parole -, ha pranzato con il presidente francese Emmanuel Macron – cui ha dedicato più tempo che a tutti i leader europei messi insieme – ed ha partecipato a un Vertice Nato organizzato apposta perché potesse fare conoscenza in una volta sola con tutti i suoi alleati atlantici.

In serata, l’AirForceOne è poi volato in Sicilia, dove, oggi e domani, a Taormina, ci sarà il Vertice del G7: i Grandi del Mondo riuniti sotto la presidenza di turno italiana.

Roba che al confronto la giornata romana di mercoledì era stata una passeggiata, a parte l’incontro con Papa Francesco, che a Trump è andato un po’ di traverso per via del clima – e non è che facesse troppo caldo -. Il resto erano rose senza spine, una specialità diplomatica italiana. Un paradiso, non ci fossero le notizie da Washington, sempre fastidiose: il Russiagate che avanza, il bilancio che s’impantana, la riforma sanitaria sostituiva dell’Obamacare che lascerà senza copertura 23 milioni d’americani.

A Bruxelles, in realtà, tra Usa e Ue qualche spina è rimasta. Trump ha parlato ai suoi interlocutori delle preoccupazioni americane per la perdita di posti di lavoro, a causa della globalizzazione e della libertà degli scambi. E il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ex premier polacco, ha ammesso che i punti di vista sulla Russia non collimano, così come c’erano e restano divergenze sulla libertà degli scambi, sull’immigrazione e sul clima.

Quanto a Macron, il presidente francese ha definito il suo colloquio con il presidente statunitense “molto franco”, che, in termini diplomatici, significa: “Non siamo d’accordo su molte cose e ce lo siamo detto con chiarezza”. Macron è l’unico dei Grandi attualmente sicuro di essere interlocutore di Trump per tutta la durata del suo (primo?) mandato.

Alla Nato, invece, le grane potenziali sono state tutte disinnescate prima della riunione. L’Alleanza – ha annunciato il segretario generale Jens Stoltenberg, ex premier norvegese – entrerà a fare parte della coalizione internazionale contro il sedicente Stato Islamico, come chiedevano gli Usa, ma non avrà ruoli di combattimento. Stoltenberg parla di un “segnale politico forte”, ma di fatto non cambia nulla: i singoli Paesi Nato che già aderiscono alla coalizione continueranno a fornire il loro apporto, aereo o logistico, e l’Alleanza avrà compiti di coordinamento e proverà a facilitare la circolazione delle informazioni d’intelligence, fattasi un po’ ruvida e troppo impetuosa nell’ ‘era Trump’.

Quanto al braccio di ferro presunto sul 2% del Pil da spendere per la difesa erano schermaglie fittizie dall’esito scontato, perché l’impegno, quasi mai rispettato, è già contenuto in decine di documenti dell’Alleanza – da ultimo nei titoli di coda dei Vertici di Cardiff e di Varsavia, svoltisi con la regia di Obama -.

Un elemento comune Tra Usa, Ue e Nato è l’impegno contro il terrorismo, ribadito con più energia dopo l’attacco di Manchester. Ma le dichiarazioni dei leader – ce ne sarà pure una del G7 – sono riti scontati. In questo senso, la missione di Trump e i Vertici della Nato e del G7 non appaiono forieri di passi avanti decisivi, verso la sconfitta del terrorismo e dell’integralismo; né potevano probabilmente esserlo.

Se il G7 2017 non si svolgesse a Taormina, ma in uno degli altri Paesi del Gruppo dei Grandi, l’evento ci apparirebbe una tappa minore nella successione di questi Vertici: si parlerà, come sempre, di crescita e lavoro, do clima e ambiente, di immigrazione e terrorismo. E il persistere dell’assenza del presidente russo Vladimir Putin riduce ulteriormente il peso del Gruppo, da tempo inadeguato a una governance globale – né il G20 ha finora dato prove convincenti -. A Taormina, si farà dunque ‘ammoina’: Trump e la sua Amministrazione ne offrono il destro, chiedendo tempo per definire la posizione su scambi e clima.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+