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Fino all’insediamento di Donald Trump come 45° presidente degli Stati Uniti, i repubblicani avevano tenuto la Casa Bianca per 88 anni e i democratici per 68: fanno 156 anni e ci riportano indietro al 1860, cioè all’elezione di Abraham Lincoln, il primo presidente repubblicano. Fino ad allora, c’erano stati presidenti senza partito – Washington, l’unico eletto all’unanimità – o federalisti – John Adams, il solo – o democratico-repubblicani o Whig. Il primo democratico e basta fu Andrew Jackson, eletto nel 1828.

Dati, notizie, curiosità, il numero speciale ‘Da Washington a Trump’ del semestrale ‘Dissensi e discordanze’ di Mauro della Porta Raffo è una miniera d’informazioni sugli Stati Uniti, i loro presidenti, i loro poteri. Che sono spesso ingigantiti, a credere a Gerald Ford, 38° presidente un po’ ‘per grazia ricevuta’ degli Stati Uniti: è l’unico a non essere mai stato eletto, neppure come vice.

Ford faceva lo speaker della Camera quando Richard Nixon lo chiamò a fargli da ‘numero due’, dopo essersi liberato di Spiro Agnew, sperando così di scampare lui agli effetti del Watergate. Invece, lo scandalo fece il suo percorso e, nell’estate del 1974, dopo le dimissioni di Nixon, Ford si ritrovò presidente. Sui suoi poteri, l’uomo che non sapeva scendere la scaletta dell’aereo e masticare una gomma allo stesso tempo aveva idee chiare: “L’unica cosa che può decidere da solo il presidente degli Stati Uniti è quando andare al gabinetto”.

La versione di Ford è forse un po’ riduttiva. Ma quella di chi lo descrive dotato di poteri quasi illimitati, è esagerata: se ne sta rendendo conto Trump, che credeva di dettare legge a colpi di tweet e di firme in calce a ordini esecutivi. S’è presto accorto che gli ordini esecutivi possono diventare carta straccia, se un giudice li blocca.

Nulla d’inedito, in ‘Dissensi e discordanze’, ma una raccolta densa di dati e particolari, aneddoti e curiosità, ordinati per presidente e per elezione. Il mandato più breve è stato quello del generale William Harrison, eletto nel 1840, entrato in carica il 21 marzo 1841 e deceduto di polmonite esattamente un mese dopo: s’ammalò proprio nel giorno dell’insediamento, volendo cavalcare in giacchetta dal Campidoglio alla Casa Bianca, nonostante una giornata insolitamente rigida.

Il secondo mandato più corto è il secondo di Lincoln: durò 42 giorni, dal 4 marzo al 15 aprile 1865, quando il presidente fu assassinato in un teatro di Washington. Da notare che Harrison e Lincoln sono le prime vittime della maledizione di Tecumseh, un capo indiano che, sconfitto da Harrison, destinò a morire durante il loro mandato tutti i presidenti eletti in anni che finiscono con lo zero: James Garfiel, William McKinley, Warren Harding, Frankyn D. Roosevelt e John F. Kennedy pagarano senza soluzione di continuità il tributo dell’America all’incantesimo, spezzato, nel 1980, da Ronald Reagan, che sopravvisse per un soffio a un gravissimo attentato.

Fin quando si parla di Washington e di Lincoln, di Roosevelt e di Kennedy, o dei presidenti dell’ultimo mezzo secolo, tutti sappiamo un sacco di cose. Ma chi si ricorda di Grover Cleveland, un democratico, l’unico rieletto dopo una sconfitta al termine del primo mandato: vinse nel 1884, perse dal repubblicano Benjamin Harrison nel 1888, si prese la rivincita su Harrison nel 1892 -? E chi ha presente che la prima coppia di padre e figlio alla Casa Bianca, John Adams – eletto nel 1796 – e John Quincy Adams – eletto nel 1824 – ebbero entrambi un solo mandato? Io sperai che la storia si ripetesse con i Bush, ma jr fu confermato.

Il presidente più giovane? Vedo un sacco di mani alzate: John F. Kennedy, l’unico cattolico, eletto nel 1960 a 43 anni compiuti. Falso: Kennedy è il più giovane eletto, ma il più giovane in carica fu Theodore Roosevelt, che, da vice, succedette a McKinley assassinato quando non aveva ancora compiuto 43 anni. E il più anziano? Questo è facile, perché è storia recente: Trump è il più anziano ad entrare alla Casa Bianca, 70 anni compiuti; Ronald Reagan, però, ottenne il secondo mandato quando di anni ne aveva 73.

I meccanismi elettorali, le primarie e i delegati, i Grandi Elettori, la possibilità di vincere perdendo il voto popolare – è successo cinque volte, ma ben due nelle ultime cinque elezioni – 2000 e 2016 -, sono ripassati ogni quattro anni, ma riservano sempre sorprese. Se uno pensa che la campagna 2016 abbiano il record delle fake news messe in giro da un candidato per vincere, riuscendoci, dovrebbe andare a leggersi la storia delle primarie 1972.

Gli uomini di Nixon, oltre a travestirsi da idraulici – ma questa è un’altra storia, il Watergate -, si infiltrarono fra i sostenitori di Edmund Muskie, il favorito per la nomination democratica, un rivale molto temuto, e misero in giro un sacco di voci false sul suo conto, con telefonate a tappeto inopportune ed estremiste, visite di casa in casa e volantinaggi, facendolo uscire di scena subito.

La scelta democratica cadde sull’arci-liberal George McGovern, che vinse solo il Massachussetts, suo Stato, e il Distretto di Columbia. Giustizia fu poi fatta, con il Watergate e le dimissioni di Nixon nel 1974. Ma Muskie e McGovern erano stati nel frattempo consegnati alle briciole della storia.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+