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Nel gennaio 2015, Donald Trump, che non s’era ancora candidato alla nomination repubblicana, criticò, in un tweet, Michelle Obama per essere sbarcata, senza velo, in Arabia saudita: “Molti dicono che è meraviglioso … Ma i sauditi sono stati insultati e noi abbiamo già abbastanza nemici”. Ieri mattina, Melania Trump è scesa senza velo dall’AirForceOne: il vestito, una tuta nera, copriva braccia e gambe, come la mise che aveva scelto a suo tempo Michelle, ma il volto e i capelli erano liberi.

Analoga scelta ha fatto Ivanka, la figlia maggiore, scesa con il seguito da un’altra scaletta, insieme al marito Jared Kushner, uomo chiave di questa missione – ebreo, è consigliere per il Medio Oriente -. A Washington, c’è chi dice che, eleggendo Trump, gli americani hanno mandato alla Casa Bianca il primo presidente ebreo e il primo presidente donna: Jared e Ivanka sono i personaggi più influenti dell’Amministrazione e sono spesso nello Studio Ovale, anche quando non ce li aspetteresti.

La scelta di Melania di non mettere il velo non è una novità, nelle visite ufficiali in Arabia saudita. E non è neppure uno shock per i sauditi: l’obbligo vale per le donne locali, non per le straniere, per di più ‘infedeli’. Ma è l’ennesima contraddizione del magnate presidente, che non ha nella coerenza un punto di forza.

Il primo giorno della missione in Arabia saudita di Trump è stato segnato dalla firma con re Salman dell’accordo per cui Riad comprerà dagli Usa armi e sistemi di difesa per 110 miliardi di dollari, con l’obiettivo di arrivare a una cifra d’acquisti di 350 miliardi di dollari in dieci anni. La cerimonia a palazzo reale è stata adeguata all’importanza dell’intesa, di cui Kushner è stato artefice e negoziatore.

E anche per questo fa scalpore, e desta imbarazzo, la notizia che l’Fbi voglia sentire proprio Kushner per il Russiagate, la vicenda dei contatti del team di Trump con emissari del Cremlino durante la campagna elettorale. Molti media identificano in Kushner l’alto funzionario “molto vicino al presidente” che sarebbe coinvolto nell’indagine.

Il presidente chiedeva d’insabbiare l’indagine al capo dell’Fbi James Comey, reticente a farlo e quindi licenziato – “E’ pazzo, è fuori di testa, mi mette pressione addosso”, diceva di lui Trump, parlando al ministro degli Esteri russo Lavrov -. L’inchiesta sta andando avanti su vari piani: ci lavorano il Congresso, la polizia federale e soprattutto il procuratore speciale Robert Mueller, nominato giovedì.

Del coinvolgimento di Kushner s’è cominciato a parlare subito dopo il decollo dell’AirForceOne per l’Arabia saudita: segno certo che questa missione all’estero di nove giorni sarà costantemente contrappuntata da sviluppi domestici. Secondo la Cnn, sarebbe anche emerso che funzionari russi intercettati si vantavano di avere una forte relazione con il generale Michael Flynn, poi divenuto consigliere per la Sicurezza nazionale, prima di dimettersi in capo a tre settimane perché investito dall’onda del Russiagate. Gli uomini del Cremlino prevedevano di potere, tramite Flynn, influenzare l’Amministrazione.

A Riad, però, l’attenzione, ufficialmente, è tutta rivolta al discorso che Trump farà oggi ai leader arabi qui convenuti: un appello all’unità nella lotta contro il radicalismo e “nella battaglia del bene contro il male” e un invito “a cacciare i terroristi dai luoghi di culto”. Il discorso, di cui la Ap ha una versione non definitiva, attenua la retorica anti-Islam che Trump sfoggiava in campagna: “Non siamo qui per dare lezioni, per dire agli altri come devono vivere, cosa fare e chi essere. Siamo qui, invece, per offrire una partnership nel costruire un futuro migliore per tutti”.

Del discorso sono già state fatte cinque bozze e il presidente continua a lavorarci. Trump, che vuole presentarsi come “un emissario del popolo americano, che consegna un messaggio di amicizia e speranza”, non farebbe menzione del “terrorismo islamico radicale”, espressione che rimproverava a Obama di non usare mai. “Non è una battaglia – si legge nella bozza – fra fedi o sette o civiltà differenti. E’ una battaglia tra chi vuole distruggere vite e chi vuole proteggerle”.

C’è anche un passo dedicato all’Iran, che non aiuterà di certo a migliorare le relazioni con l’appena confermato presidente riformista Hassan Rohani: “Tutte le nazioni di coscienza in Medio Oriente devono lavorare insieme per contenere l’influenza destabilizzante dell’Iran, riportare un equilibrio di potere più stabile nella Regione e pregare per il giorno in cui gli iraniani avranno il governo giusto e responsabile che meritano”. Di sicuro, piacerà ai sunniti, e agli israeliani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+