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La Siria continua a dividere l’America di Trump e la Russia di Putin, che parevano invece destinate a convivere nel culto comune degli interessi nazionali. Il presidente siriano Bashar al-Assad crea tensioni tra Mosca e Washington, prima con il presunto ricorso alle armi chimiche nella provincia d’Idlib, poi con l’eliminazione seriale dei suoi oppositori in un carcere del regime.

L’accusa, mossa dagli Stati Uniti, col sostegno di dati dell’intelligence e di fonti dell’opposizione, è di avere usato un forno crematorio, all’interno della prigione di Sednaya, per distruggere, al ritmo d’una cinquantina al giorno, i resti dei carcerati condannati a morte e ‘giustiziati’. Damasco nega ogni addebito; Mosca denuncia una macchinazione; Washington pensa che al-Assad “è sprofondato a un nuovo livello di depravazione”.

Il tutto rischia di minare la ripresa a Ginevra dei negoziati tra regime e ribelle, dopo che, all’inizio di maggio, ad Astana c’è stata un’intesa sulla creazione nel Paese di ‘aree di sicurezza’, oppure ‘zone cuscinetto’ – l’opposizione non l’ha però fatta propria; gli Stati Uniti non ne sono stati parte, ma l’hanno avallata -.

E’ difficile mettere in un ordine logico tutti i fattori della politica estera americana, specialmente sulla Siria. Tra una gragnola di missili su una base del regime e un’accusa di crimini contro l’umanità al suo presidente, Trump mette a repentaglio i suoi rapporti con gli alleati più tradizionali degli Stati Uniti spartendo con la Russia informazioni segrete potenzialmente utili nella lotta contro il terrorismo; e dà pegni di amicizia alla Turchia, ricevendo il presidente Erdogan alla Casa Bianca, anche in funzione anti-curda, mentre i curdi restano in Siria gli avversari sul terreno più efficaci e più ostinati delle milizie jihadiste.

Né si possono attendere segnali di chiarezza univoci dall’imminente missione mediorientale ed europea – la prima all’estero da presidente – di Trump, che comincerà dall’Arabia saudita e proseguirà in Israele e nei Territori, per concludersi, dopo tappe in Vaticano e a Bruxelles (Ue e Nato), al G7 di Taormina sotto presidenza di turno italiana. La lotta contro il terrorismo potrebbe emergerne come la stella polare – l’unica, o almeno la principale -, della politica internazionale dell’Amministrazione statunitense, senza però sanare contraddizioni e apparenti improvvisazioni.

Un esempio: la scelta dell’Arabia saudita come prima tappa premia un tradizionale alleato, il cui atteggiamento però verso l’integralismo sunnita è ambiguo e contraddittorio e il cui ruolo tra Iraq e Siria è più di argine all’influenza dell’Iran teocratico e sunnita che di contrasto agli jihadisti.

Per la Siria, la sensazione è che si vada verso una suddivisione, se non una spartizione, in zone d’influenza, che lascia scontenti solo gli oppositori del regime di al-Assad e proprio i curdi che – viene da ipotizzare – prima o poi si stuferanno di battersi senza contropartita per conto dell’Occidente contro il sedicente Stato islamico e l’autoproclamato Califfo.

Cento e pochi anni dopo gli accordi Sykes – Picot, che, in spirito coloniale, anti-tedesco e anti – turco, ma non certo filo – arabo, spartirono il Medio Oriente in zone d’influenza lungo confini arbitrari e indipendenti dalle realtà storiche, etniche e religiose, per affidare a Gran Bretagna e Francia Stati poco coesi e, quindi, più facilmente controllabili, si profila una situazione che tiene più conto delle affinità etniche e religiose, ma che magari crea i presupposti di Stati l’un contro l’altro armati, o almeno diffidenti ai limiti dell’ostilità, piuttosto che lacerati al proprio interno.

Impossibile determinare se e in che modo il pugno sul tavolo battuto in Siria negli Stati Uniti, scagliando decine di missili su una base del regime, abbia pesato sull’accelerazione e sull’evoluzione dei negoziati di Astana, in Kazakhstan, voluti e coordinati da Russia, Iran e Turchia. In una telefonata tra Putin e Trump, la prima dopo il peggioramento del clima tra Mosca e Washington, s’era prospettato un coinvolgimento statunitense nelle trattative, che non c’è però stato anche perché le cose sono andate molto in fretta …

Il memorandum che istituisce quattro ‘aree di sicurezza’, o ‘zone cuscinetto’, nel Paese martoriato da sei anni di guerra civile è stato condiviso da Russia, Iran, Turchia e dal regime di al-Assad, mentre l’opposizione siriana, che al tavolo di Astana conta poco, non c’è stata – sperando, forse, d’avere una spalla nell’America -. Il progetto prevede la possibilità di schierare contingenti militari stranieri “lungo la linea di demarcazione attorno alle safety zone”, che saranno create nella provincia di Idlib, in un’area a nord di Homs, nel Ghuta orientale e nel sud del Paese. La novità suscita il plauso dell’inviato dell’Onu  Staffan de Mistura: “E’ un passo avanti importante” … (le parti omesse riprendono l’articolo dello 06/05/2017) …

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+