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Capita pure che piova sul bagnato, anche alla Casa Bianca. Mentre il presidente Donald Trump, parlando ai cadetti della Guardia costiera, dice di essere vittima “delle più grande caccia alle streghe della storia americana”, salta fuori un nastro del senatore repubblicano Kevin McCarthy che sbotta “Secondo me è sul libro paga di Putin”.

La frase, pronunciata e registrata al cospetto di altri deputati, risale al 2016, quando McCarthy era leader della maggioranza al Senato. E il senatore, che – guarda caso – si chiama come l’istigatore della ‘caccia alle streghe’ degli Anni Cinquanta, il senatore Joseph McCarthy, minimizza subito: “Era uno scherzo venuto male”. Ma il fatto che una battuta infelice diventi un caso politico la dice lunga sul livello di tensione a Washington intorno alla Casa Bianca.

Tutto ciò poche ore dopo che, per fare uscire il presidente dall’angolo in cui lo stringono media e Congresso, il ministero della Giustizia designa l’ex direttore dell’Fbi Robert Mueller III come ‘special counsel’ sul Russiagate, cioè sull’intreccio di rapporti tra gli uomini di Trump ed emissari del Cremlino durante la campagna elettorale. Mueller ra stato nominato da Bush jr nel 2001, appena una settimana prima degli attacchi all’America dell’11 Settembre, ed era stato lasciato al suo posto e prorogato di due anni da Obama: sotto Bush jr, aveva lavorato e collaborato con il suo successore, James Comey, che stava al Dipartimento della Giustizia.

Le reazioni politiche alla mossa sono mitigate: Mueller gode di stima e rispetto bipartisan ed è noto per l’indipendenza di giudizio e l’equilibrio. Trump approfitta della schiarita innescata dalla scelta per dedicarsi all’esercizio in cui eccelle: spostare la palla, per distogliere l’attenzione dal dibattito se la sua richiesta di insabbiare il Russiagate costituisca o meno ostruzione alla giustizia. Il presidente avvia così il processo di rinegoziato del Nafta, l’area di libero scambio del Nord America, tra Usa, Canada e Messico, inviando una lettera al Congresso.

Ma deputati e senatori non mollano la presa: attendono la testimonianza di Comey e la trascrizione dei colloqui tra il presidente e il direttore dell’Fbi licenziato la scorsa settimana. Si complica, invece, la posizione dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, che non intende comparire davanti alla commissione d’inchiesta del Senato né consegnare i documenti sui rapporti con Mosca, da cui – si dice – non emergerebbe nulla di illecito, anche se i contatti sarebbero stati numerosi, almeno 18.

S’è però appreso che Flynnn aveva informato la Casa Bianca d’essere indagato per i suoi rapporti da lobbista e consulente con la Turchia. Ma Trump lo aveva ugualmente nominato consigliere alla Sicurezza nazionale, salvo poi accettarne le dimissioni in capo a tre settimane.

La nomina di Mueller si farà sentire sull’indagine, che Trump non vede l’ora “che finisca”, assicurando che non c’è e non c’è stata “nessuna collusione” tra la sua squadra e i russi. L’ex capo dell’Fbi ha ora 60 giorni per allestire la sua squadra e condurre il lavoro. Un po’ più di mezza Washington strabuzza gli occhi di fronte agli scandali dell’Amministrazione, mentre quel che resta tifa Trump e parla di sabotaggio del ‘comandante in capo’ da parte dell’intelligence.

Per una volta, invece, il Cremlino si lava le mani di quanto accade a Washington, perché “la nomina d’un ‘special counsel’ sul Russiagate è un affare interno statunitense”.Il segretario generale Nato Jens Stoltenberg prova, invece, a stemperare la diffidenza suscitata negli alleati dalla trasmissione ai russi di informazioni riservate.

Mueller, 73 anni, laureato a Princeton, veterano del Vietnam, è stato il sesto direttore dell’Fbi. Fama d’incorruttibile, di lui si ricorda la fermezza con cui si oppose a metodi di lotta al terrorismo illegali introdotti dopo l’11 Settembre: nel 2004, s’impose sul Dipartimento alla Giustizia e sulla Casa Bianca, bloccando il rinnovo delle deroghe su quei metodi. Ad aiutarlo in quella battaglia politicamente rischiosa, fu proprio Comey: fra i due, la staffetta, e magari l’intesa, continua.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+