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In questo spazio, siamo spesso critici verso condiscendenze e facilonerie di media e giornalisti. Ma c’è un modo di intendere il mestiere che è, insieme, paura della consapevolezza del pericolo e coraggio della determinazione nell’affrontarlo. Ogni anno, da dieci anni, la Giornata della Memoria dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo lo ricorda, lo celebra e lo tramanda.

Quest’anno, la giornata s’è svolta a Torino il 3 maggio: fra le proposte emerse, quelle di offrire “una scorta mediatica” ai colleghi minacciati e di “raccogliere in un libro le storie delle vittime”. Stigmatizzato il ruolo della rete che “rende più facile iniettare l’odio e veicolare la diffamazione”.

In un messaggio all’Unione nazionale cronisti italiani, che promuove l’evento, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha scritto: ” Rinnovo il mio commosso pensiero alla memoria di tutti coloro che, animati dall’irrinunciabile valore della libertà di stampa, non si sono piegati alla sopraffazione e hanno rifiutato l’omertà, fino al sacrificio della loro vita. Molti nostri cronisti sono stati uccisi mentre svolgevano il lavoro per il bene della collettività. Uomini e donne di cui dobbiamo onorare la memoria per sottolineare quanto importante sia il valore della ricerca della verità. Giornalisti che hanno contribuito a combattere l’illegalità, a svelare affari e collusioni della criminalità organizzata, a fare luce su traffici illeciti, a denunciare gli orrori delle guerre … Va ribadita con determinazione la necessità di proteggere i cronisti che subiscono minacce e intimidazioni. Sono voci da tutelare perché espressioni di una democrazia matura che non ha paura della verità”.

Il presidente dell’Unci, Alessandro Galimberti, ha sottolineato l’estrema attualità delle minacce che toccano oggi decine di cronisti – molti dei quali sotto scorta – riproducendo il clima di isolamento professionale, culturale e sociale che aveva determinato la fine di tanti colleghi tra gli Anni Settanta e Novanta. “Oggi come allora -ha detto Galimberti – i giornalisti scontano un clima di intolleranza, se non di vero e proprio odio di presunta casta, veicolato irresponsabilmente anche da capipopolo e manipolatori della democrazia del web. Occorre fermarsi e riflettere imparando dal passato, perché mafia, terrorismo e populismo attingono dalla stessa inclinazione alla sopraffazione e alla violenza”.

Per il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, ricordare il sacrificio dei colleghi è “il presupposto per imparare dal passato e per guardare avanti”, senza distinzioni tra Paesi, tessere professionali e appartenenze associative.

Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Nicola Marini, ha scritto, in un messaggio, che “in una fase molto complicata per il mondo del giornalismo, in cui ci si interroga sul futuro sempre più incerto della nostra professione, resta il baluardo dell’etica a perpetuare gli irrinunciabili capisaldi”. Marini ha reso onore a quei “giornalisti ‘con la schiena dritta’ che hanno fatto fino in fondo il loro dovere, onorando appieno la funzione sociale del nostro mestiere; quelli che non si sono mai arresi di fronte alle ingiustizie e ai soprusi”.

Il colonnello dei carabinieri, Paolo Piccinelli, figlio di Franco Piccinelli, scrittore e giornalista ferito dalle Br il 24 aprile 1979 a Torino, ha letto l’elenco dei giornalisti uccisi. Hanno preso la parola familiari di giornalisti uccisi o feriti; e decine hanno fatto per venire messaggi e testimonianze.

La Giornata della Memoria è stata celebrata per la prima volta a Roma nel 2008. Successivamente nel 2009 a Napoli, nel 2010 a Milano, nel 2011 a Genova,  nel 2012 a Palermo, nel 2013 a Perugia, nel 2014 a Cagliari, nel 2015 a Firenze e l’anno scorso a Reggio Calabria.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+