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Va a sapere se c’è sotto un disegno politico, o un calcolo opportunistico; oppure, se gli è soltanto saltata la mosca al naso, per una cosa detta o una cosa non fatta. Comunque sia, Donald Trump ha pronunciato, per l’ennesima volta, l’iconica battuta del suo reality televisivo ‘The Apprentice’: “Sei licenziato”.

E così James Comey, ormai ex direttore dell’Fbi, non deporrà, oggi, davanti alla commissione del Senato che indaga sul Russiagate, lo scandalo delle interferenze russe nelle elezioni Usa e delle collusioni tra uomini di fiducia del candidato Trump ed emissari del Cremlino. Ci sarà, all’audizione, Andrew McCabe, vice di Comey, capo ad interim in attesa della designazione del successore.

Il siluramento è arrivato inatteso e improvviso – il diretto interessato l’ha appreso dalla tv: “Pensavo fosse uno scherzo”, ha detto. La comunicazione del presidente è secca. “Mi sono convinto che lei non è in grado di guidare l’Fbi in modo efficace”.

Nello spiegare il licenziamento, Trump fa riferimento all’emailgate, cioè l’inchiesta relativa all’uso di un account di posta elettronica privato da parte di Hillary Clinton, quando era segretario di Stato: una vicenda la cui gestione, a tratti incomprensibile, sempre imbarazzata e spesso contraddittoria, da parte di Comey, nella settimana precedente il voto, giovò a Trump e danneggiò la Clinton, forse in modo decisivo.

Il presidente sostiene che Comey “non stava lavorando bene”. Fonti dell’Amministrazione dicono che il siluramento – solo l’ultimo di una serie – si preparava da tempo. Ed è già partita la ricerca del successore. Circolano nomi di tecnici, come Ray Kelly, noto capo della polizia di New York, o di politici, come il governatore del New Jersey Chris Christie, un prezzemolo delle nomine repubblicane, alla fine sempre scartato.

Ma non sfugge al New York Times che il licenziamento di Comey arriva “pochi giorni dopo la richiesta, inoltrata al Dipartimento della Giustizia, di fondi e di personale per approfondire le indagini sul Russiagate”. Proprio il Dipartimento alla Giustizia ha raccomandato a Trump l’allontanamento del funzionario.

Il siluramento di un direttore dell’Fbi, il cui mandato è decennale – quello di Comey scadeva nel 2023 -, non è senza precedenti: lo fecero pure Clinton, mandando a casa William Sessions nominato da Reagan.

La decisione di Trump suscita critiche e interrogativi nel Congresso, anche fra i repubblicani: il senatore John McCain se ne dice “deluso”, il senatore Bob Corker ipotizza interferenze politiche nell’indagine parlamentare. Specie fra i democratici, c’è chi chiede ora un’inchiesta davvero indipendente o la nomina di un procuratore speciale, come già avvenuto molte volte.

La Casa Bianca nega però ogni rapporto con il Russiagate: non vuole saperne di commissione d’inchiesta indipendente o di procuratore speciale. La mossa deve invece servire a “ricreare fiducia nell’Fbi”.

La brusca decisione anticipa di poche ore gli incontri a Washington del ministro degli Esteri russo Lavrov, ricevuto per la prima volta da Trump, dopo un colloquio con il suo omologo Tillerson. Secondo Lavrov, non s’è discusso di inasprimento delle sanzioni contro la Siria.

Trump ha pure telefonato al neo-presidente sud-coreano Moon Jae-in, che ha un approccio alle relazioni con la Corea del Nord più incline al dialogo che al confronto: Trump e Moon avrebbero condiviso la convinzione che “il rompicapo di Pyongyang può essere risolto”. Trump ha finora esercitato “la massima pressione” sul dittatore nord-coreano Kim III affinché rinunci al proprio programma nucleare; Moon è pronto a recarsi a Pyongyang e non vuole sistemi anti-missile Usa sul territorio sud-coreano, di cui chiede almeno un rinvio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+