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La terminologia ufficiale è ‘aree di sicurezza’, o ‘zone cuscinetto’. Ma la sensazione è che si vada verso una suddivisione, se non una spartizione, della Siria in zone d’influenza, che lascia scontenti solo gli oppositori del regime del presidente al-Assad e i curdi che – viene da ipotizzare – prima o poi si stuferanno di battersi senza contropartita per conto dell’Occidente contro il sedicente Stato islamico, l’autoproclamato Califfo e le milizie jihadiste.

Cento e pochi anni dopo gli accordi Sykes – Picot, che, in spirito coloniale, anti-tedesco e anti – turco, ma non certo filo – arabo, spartirono il Medio Oriente in zone d’influenza lungo confini arbitrari e indipendenti dalle realtà storiche, etniche e religiose, per affidare a Gran Bretagna e Francia Stati poco coesi e, quindi, più facilmente controllabili, si profila una situazione che tiene più conto delle affinità etniche e religiose, ma che magari crea i presupposti di Stati l’un contro l’altro armati, o almeno diffidenti ai limiti dell’ostilità, piuttosto che lacerati al proprio interno.

Impossibile determinare se e in che modo il pugno sul tavolo battuto in Siria negli Stati Uniti, scagliando una gragnola di missili su una base del regime, abbia pesato sull’accelerazione e sull’evoluzione dei negoziati di Astana, in Kazakhstan, voluti e coordinati da Russia, Iran e Turchia. Nella telefonata di martedì tra Putin e Trump, la prima dopo il peggioramento del clima tra Mosca e Washington, s’era prospettato un coinvolgimento statunitense nelle trattative.

Ma le cose sono andate molto in fretta. E il rappresentante di Putin ad Astana, Aleksandr Lavrentiev, lamenta che gli Usa “ignorano” i tentativi della Russia di aumentare la cooperazione “militare”, ma dice che “il lavoro continuerà” alla ricerca “di meccanismi d’interazione più efficienti in Siria”.

Il memorandum che istituisce quattro ‘aree di sicurezza’, o ‘zone cuscinetto’, nel Paese martoriato da sei anni di guerra civile è stato condiviso da Russia, Iran, Turchia e dal regime di al-Assad, mentre l’opposizione siriana, che al tavolo di Astana conta poco, non ci sta – forse, spera di ricevere appoggio dall’America -. Il progetto prevede la possibilità di schierare contingenti militari stranieri “lungo la linea di demarcazione attorno alle safety zone”, che saranno create nella provincia di Idlib, in un’area a nord di Homs, nel Ghuta orientale e nel sud del Paese. La novità suscita il plauso dell’inviato dell’Onu  Staffan de Mistura: “E’ un passo avanti importante”.

L’opposizione ha in parte disertato e in parte abbandonato la fase finale del negoziato kazhako, che era al quarto round. Il no degli ‘anti –Assad’ all’intesa è motivato dalla difesa dell’integrità territoriale siriana e dal rifiuto dell’Iran come garante.

Parlando in Finlandia, il ministro degli Esteri russo Lavrov s’è augurato che “a fine mese, a Ginevra, riprendano i negoziati” sulla crisi siriana “alla ricerca di una soluzione politica”: alla fine, assicura Lavrov, “sarà il popolo siriano a decidere il futuro del proprio Paese”. Invece, l’esito delle trattative di Astana serve “soprattutto a consolidare il cessate il fuoco”, a creare un “meccanismo di reazione alle violazioni” della tregua “e ad organizzare lo sminamento”.

Quanto al presidente turco Erdogan, che mercoledì a Soci aveva incontrato il presidente russo Putin, la sua priorità è che non nasca uno Stato curdo “nel Nord della Siria”: Putin gli avrebbe assicurato di non essere favorevole a tale opzione e di non volere armare i curdi, che però restano sul terreno gli antagonisti più efficaci delle milizie jihadiste. Per Erdogan, l’area di sicurezza intorno a Idlib risolve “al 50% tutti i problemi” – i suoi, non certo quelli siriani -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+