E’ stato un dibattito tra la competenza, che talora sconfinava nell’arroganza dell’intelligenza, e l’aggressività, che talora si prestava ad apparire franchezza: Emmanuel Macron è il candidato dell’Europa e dei francesi che vogliono stare nell’Unione – e, magari, guidarla, se proprio bisogna in tandem con i tedeschi -; Marine Le Pen è la candidata dei ‘revanchisti’ e degli ‘chauvinisti’, cioè di quei francesi che vogliono starsene per conto loro e prendersi una rivincita sulla storia.
Il loro dibattito, mercoledì sera, ha colpito allo stesso modo spettatori di consuetudini e continenti diversi: è stato “brutale”, per Le Monde; una “gara a chi gridava di più”, per il New York Times; “contrassegnato dal cattivo carattere”, per al Jazira. I giudizi dei media alimentano la sensazione che le piazzate della Le Pen abbiano lasciato il segno più dei ragionamenti di Macron.
Che i sondaggi diano la vittoria a quell’uomo (eccessivamente?) giovane per essere un presidente, su quella Marianna (troppo?) popolana per stare all’Eliseo è un dato di fatto potenzialmente ingannevole: Hillary Clinton vinse tutti i dibattiti televisivi presidenziali con Donald Trump e perse le elezioni. Molti temono la riprovazione sociale delle loro scelte, ma nel segreto dell’urna le fanno senza remore.
Il confronto televisivo è servito a sciorinare le differenze e a definire due campi nettamente distinti, con possibilità di travaso minime. E almeno un quarto di francesi è ben deciso a non votare né l’uno né l’altra. Fuori dalla Francia, gli europeisti di tutta l’Unione sono con Macron contro la Le Pen, che ha dalla sua vincitori e vinti delle ultime consultazioni popolari europee, da Farage a Wilders, e americane, con Trump che la tifa e Obama che la gufa. A fare tirare un respiro di sollievo all’Ue, non basterà un successo di Macron: ci vorrà un successo netto, oltre il 60/40 di molti sondaggi.