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Britain's Prime Minister Theresa May talks to European Commission President Jean-Claude Juncker during a European Union leaders summit in Brussels, Belgium, October 20, 2016. REUTERS/Francois Lenoir

Theresa May accusa i leader dell’Ue di giocare al suo gioco; usare la Brexit in chiave elettorale, oggi in Francia, a settembre in Germania, a seguire magari pure in Italia. Ma chi punta sulla Brexit e sulle paure che l’accompagnano per mettere in cascina voti è per prima lei, che vuole farsi dare dal popolo un mandato negoziale chiaro e netto per sedersi più forte al tavolo delle trattative.

Da quando la May ha deciso di indire elezioni politiche anticipate in Gran Bretagna per l’8 giugno, il clima tra Londra e Bruxelles è bruscamente peggiorato. Magari è anche un gioco delle parti, ma recitato, nell’uno e nell’altro campo, con molta convinzione. Il clima di separazione consensuale è un ricordo del passato: questo è un divorzio rancoroso, dove si litiga sui soldi e sui figli – leggasi, sui cittadini -.

A Bruxelles, non si ricorda un Consiglio europeo così liscio e così coeso come quello straordinario del 29 aprile, che doveva definire la posizione negoziale dei 27 nei confronti della Gran Bretagna: in un’ora era tutto fatto, documento approvato all’unanimità e dichiarazioni dei leader coincidenti. Ben dentro al coro i polacchi e gli altri dell’Est, che spesso stonano la canzone europea: “Londra vuole andarsene? Paghi il conto e non s’aspetti sconti”.

Il presidente del Vertice Tusk dice: “Non faremo concessioni sui diritti dei cittadini”. E il premier Gentiloni detta l’alternativa: o “garanzie per gli italiani in Gran Bretagna” o “niente accordo”.

Il Financial Times calcola i costi per Londra a 100 miliardi di euro, ma il governo britannico precisa che pagherà “solo quanto dovuto”. Michel Barnier, negoziatore europeo, ex ministro degli Esteri francese ed ex commissario europeo, avverte: che le trattative siano rapide “è una pia illusione”. Lui pensa che ci vorranno tutti i due anni previsti dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e forse di più, con il rischio del possibile intercalarsi nel negoziato delle elezioni 2019 per il Parlamento europeo.

Barnier sa che la Gran Bretagna non potrà scegliere fior da fiore nel mazzo europeo, o prende tutto, o lascia tutto. “Una posizione negoziale”, è l’acido commento della May. Come se la sua, illustrata ai Comuni il mese scorso, ed accolta con qualche perplessità pure in Gran Bretagna, non lo fosse: “La May è pronta a dimostrarsi una persona tremendamente difficile”, “bloody difficult”, afferma chi cita la premier dopo una cena domenica 30 aprile con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker andata di traverso a entrambi (“Una serata disastrosa – è stato il commento non diplomatico di Juncker -: la May ha richieste irrealistiche, vive in un’altra galassia”).

La Commissione ha ieri inviato al Consiglio dei Ministri dell’Ue una raccomandazione che traduce in un progetto di direttive gli orientamenti sul negoziato formulati dai leader europei sabato scorso.

Quattro le priorità per i Paesi Ue: lo statuto e i diritti dei cittadini Ue residenti in Gran Bretagna e dei loro familiari (e del pari dei cittadini britannici residenti nell’Ue); un’intesa su chi paga cosa, preliminare a ogni altro passaggio; la salvaguardia dell’accordo del Venerdì Santo, che riguarda l’Irlanda; e la definizione delle competenze nella risoluzione delle controversie derivanti dall’intesa e nella gestione dell’accordo.

Invece la May vuole che la libera circolazione continui a valere per le merci, ma non per le persone, che i migranti non passino la Manica e che le Corti Ue non abbiano giurisdizione in Gran Bretagna.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+