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A combination picture shows portraits of candidates for the second round in the 2017 French presidential election, Marine Le Pen (L), French National Front (FN) political party leader, and Emmanuel Macron, head of the political movement En Marche!, (Onwards!). Picture taken March 2, 2017 (L) and April 13, 2017 (R). REUTERS/Charles Platiau - RTS13KK3

A questo punto, l’interrogativo non è tanto chi sarà il nuovo presidente francese, se Emmanuel Macron, tecnocrate centrista, giovane e carismatico, europeista e riunificatore, o Marine Le Pen, nuova Marianna dell’estrema destra, icona sovranista, radici petainiste e presente putiniano. Le previsioni di voto e le confluenze politiche dicono che vincerà, e piuttosto largo, Macron, anche se, in tempi di Brexit e di Trump, di previsioni e confluenze è giusto dubitare, ché poi la gente fa quel che vuole (e spesso quel che vuole non è quel che dicono i sondaggi).

L’interrogativo è, piuttosto, come – e con che maggioranza – governerà chi sarà presidente. Perché, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, destra e sinistra omologate, ‘gollista’ e socialista, sono contemporaneamente escluse dal ballottaggio; e, sempre per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, c’è la prospettiva di avere un presidente che non è sostenuto da un partito maggioritario o che non è espressione di un vero e proprio partito.

In tal caso, il nuovo presidente dovrà cercarsi nell’Assemblea nazionale una maggioranza, magari di coalizione – un inedito, nella Quinta Repubblica -, se non dovrà partire, subito, accettando la coabitazione con un premier espressione di una forza diversa dalla sua – questa è un’esperienza già fatta due volte, tra le forze tradizionali, presidente socialista, Mitterrand, e premier di destra, Chirac; o presidente di destra, Chirac, e premier socialista, Jospin -.

Anche se non bisogna trascurare l’ ‘effetto traino’ che il ballottaggio del 7 maggio avrà sulle politiche dell’11 e 18 giugno: il vincitore delle presidenziali potrà, cioè, sfruttare lo slancio derivante dal fresco successo. Come non bisogna prescindere dall’autolesionismo della sinistra: se Fillon e Hamon appoggiano immediatamente Macron al ballottaggio, Melenchon dice che andrà a pescare (anche se l’Humanité comunista mette in prima una foto graffiata della Le Pen e un titolo categorico, ‘Mai’).

Nella domenica della disfatta dell’establishment tradizionale, emergono ugualmente fattori di solidità e di tenuta della Francia ‘repubblicana’, che sa assorbire lo ‘stato d’emergenza’ del Paese sotto attacco, va alle urne con un’alta affluenza e si mostra più forte del Califfo, senza concedere alla Le Pen il ‘bonus terrorismo’ pronosticato. Emma Bonino evidenzia, nel suo commento, la validità e la coerenza di un sistema elettorale che, nel disfacimento dei partiti tradizionali e dei loro candidati, esprime comunque due personalità di rilievo, che interpretano due anime diverse del Paese: non è un’esclusiva francese, ma è un privilegio di tutti quei Paesi – come pure Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania – che non alterano il sistema elettorale in funzione degli opportunismi politici.

Oltre a quanto tutti già percepiscono dell’attuale momento politico e sociale, come il rifiuto dei partiti tradizionali, l’analisi del voto francese fa emergere il fallimento delle primarie: destra e socialisti si fanno autogol scegliendo candidati delle loro ali estreme e poi o impallinandoli (la destra con Fillon) o abbandonandoli (i socialisti con Hamon). Col senno di poi, se i gollisti avessero scelto Juppé e i socialisti Valls, Macron rischiava di restare soffocato; così, invece, gli s’è aperta un’autostrada al centro, che lui ha sfruttato, mentre Fillon inseguiva la Le Pen sul suo terreno e Hamon sembrava uno sbiadito Melenchon (e, a quel punto, meglio gli originali dei sosia).

Fronte Unione europea, la prospettiva Macron rafforza l’euro e ringalluzzisce le borse, questa mattina: Juncker e la Merkel gli fanno i complimenti e lo sostengono (il che non suona garanzia di vittoria). Ma i dati preoccupano più del risultato: almeno due elettori francesi su cinque, chi vota Le Pen e chi vota Melenchon, cerca alternative, diverse, ma nette, all’attuale integrazione – in Italia, stando ai sondaggi, sarebbero oggi uno su due -.

Il confronto con l’Olanda è impietoso: a metà marzo, lì c’era lo spauracchio di un partito anti-Ue e xenofobo, razzista e anti-Islam, che poteva essere la prima forza; non andò così – s’affermarono i liberali euro-tiepidi -, ma soprattutto 7 olandesi su 8 votarono per partiti più o meno pro-Unione. Il sostegno elettorale francese all’integrazione europea è molto meno netto, anche se la maggioranza va a candidato che fa dell’Europa e dell’euro elementi centrali del suo programma: nel suo quartier generale, le bandiere dell’Ue vanno esaurite prima di quelle francesi.

Sventoleranno, il 7 Maggio, alla Bastiglia, a piazza della Repubblica e sull’Eliseo?

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+