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Nel Giorno del Sole in Corea del Nord, che stavolta coincide con la vigilia di Pasqua in Occidente, Pyongyang mostra e flette i muscoli, ma non azzarda la provocazione d’un esperimento nucleare o di un test missilistico; e Washington s’astiene dal lanciare a freddo un attacco preventivo contro stabilimenti o installazioni nucleari, fors’anche perché Leon Panetta, ex capo del Pentagono, clintoniano, avverte che “il rischio è alto”.

Nella parata che celebra il “presidente eterno” Kim Il-sung, padre fondatore del Paese comunista, davanti a Kim Jong-un, il terzo della dinastia, il regime mostra i missili che ha e ha già testato – teoricamente capaci di raggiungere il Giappone e l’isola di Guam – e quelli che vorrebbe avere – prototipi di vettori intercontinentali, capaci di raggiungere gli Stati Uniti -. Ma l’atteso e temuto esperimento nucleare – sarebbe stato il sesto – non c’è stato.

La dissuasione messa in campo, cioè in mare, da Washington è del resto massiccia. Uno dei gruppi da battaglia più potenti di tutta la US Navy, composto dalla USS Carl Vinson, una portaerei che imbarca gli F-18 Super Hornet e dispone di installazioni modernissime, da due incrociatori classe Ticonderoga e dal Destroyer Squadron 1, con cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, s’è ormai disposto al largo della penisola coreana. Gli incrociatori e le cacciatorpediniere sono equipaggiati con il sistema di combattimento integrato Aegis, che garantisce loro la possibilità di intercettare missili balistici a corto e medio raggio, oltre a integrare le capacità di attacco. Cacciatorpediniere giapponesi classe Kongo, anch’esse dotati dell’Aegis, stanno per unirsi alla squadra navale Usa. E le forze armate sud-coreane sono sul chi vive. Pechino, dal canto suo, ha disposto 175 mila uomini lungo la frontiera nord-coreana. Ma la Cina non pare disposta a rischiare un conflitto con gli Usa per difendere una Corea del Nord riottosa ad ogni consiglio.

Il fragore della giornata è più nelle parole che nei fatti, dall’una e dall’’altra parte. L’instancabile propaganda nord-coreana assicura che, nell’ora della festa e della minaccia, “il popolo si stringe intorno al suo leader” – “uniti non abbiamo paura” – e che il Paese è pronto a replicare a un attacco ricorrendo al nucleare. Trump, dal suo ‘buen retiro’ pasquale di Mar-a-Lago, in Florida, spedisce emissari in Asia – il vice-presidente Pence sarà già oggi a Seul – e in Medio Oriente e Africa, dove il segretario alla Difesa Mattis s’accinge a compiere una tournée.

Negli Stati Uniti, c’è chi incomincia a sospettare che l’improvviso interesse del presidente Trump per la politica estera e le crisi internazionali, con cambi di pozione inopinati su Siria, Afghanistan, Corea, nasca da un doppio gioco di politica interna: mettere la sordina agli insuccessi e fare passare sotto traccia decisioni non necessariamente popolari, mentre la stampa conservatrice apprezza senza troppo remore la svolta interventista.

L’altro giorno, ad esempio, Trump ha tagliato i fondi a l’istituto per la pianificazione familiare destinato alle donne, Planned Parenthood. Il presidente ha infatti firmato, dandogli vigore di legge, il provvedimento che abolisce lo stanziamento di fondi federali a gruppi che effettuano aborti.

I conservatori, gli integralisti cristiani, gli attivisti ‘pro life’ esultano per la decisione di Trump; mentre i ‘liberal’ e gli attivisti ‘pro choice’ si preparano a dare battaglia legale. La nuova legge abolisce le precedenti disposizioni di Barack Obama che, negli ultimi giorni della sua presidenza, aveva approvato il divieto di ritiro dei fondi federali e statali alle organizzazioni che offrono servizi di pianificazione familiare.

Trump non ha mai chiarito la sua posizione su Planned Parenthood, cambiando più volte versione. Con il concorso di Ivanka Trump, la figlia-consigliera, il presidente aveva tentato un compromesso con l’istituto, proponendo il mantenimento dei fondi in cambio della sospensione degli aborti, nell’ambito della pianificazione familiari. Planned Parenthood non ha però accettato l’offerta. Ed è così calata la mannaia.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+