CONDIVIDI

In un lungo week-end di Pasqua tesissimo, con gli occhi del mondo puntati sulla Corea del Nord, dove – avverte Pechino – “la guerra è possibile in qualsiasi momento”, il presidente Donald Trump segue gli sviluppi della situazione e si fa aggiornare dai suoi collaboratori a Mar-a-Lago, in Florida, nella Casa Bianca dei fine settimana. Può apparire una circostanza tranquillizzante: uno può pensare che, se ci fosse aria di conflitto, Trump sarebbe rimasto a Washington, dove c’è la Situation Room. Ma non lo è: l’attacco alla Siria, all’alba del 7 aprile, una settimana fa, partì proprio mentre Trump era in Florida, con il presidente cinese Xi Jinping e consorti.

C’è poco da stare tranquilli, quindi. Se Trump è imprevedibile il suo antagonista, Kim Jong-un, non gli è da meno. E il crescendo dialettico degli ultimi giorni tra Washington e Pyongyang, che pare un po’ Golia contro Davide, potrebbe sfociare proprio oggi in gesti provocatori e risposte muscolari: è il 15 aprile, il compleanno del fondatore dello Stato nord-coreano e della dinastia Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader Kim III e, nella colorita nomenclatura nord-coreana, “presidente eterno”: il suo 105° anniversario sarà festeggiato “nel più solenne dei modi”.

Il che vuol dire parata militare e coreografie popolari, con gli albicocchi in fiore. Ma può anche volere dire lanci di missili o – peggio ancora – un test nucleare, i cui preparativi dovrebbero però essere stati captati dall’intelligence occidentale (e c’è chi pensa che Trump potrebbe piuttosto colpire preventivamente). Una provocazione nord-coreana innescherebbe una reazione militare americana, magari solo dimostrativa nelle intenzioni; un’azione preventiva americana troverebbe risposte non prevedibili.

Trump, di giocare ai soldatini, ci ha preso gusto: dopo l’attacco alla Siria – 59 missili cruise Tomahawk su una base aerea -, il botto sull’Afghanistan, con il ricorso alla più potente bomba convenzionale mai esplosa “contro l’Isis” – leggasi, probabilmente, contro i talebani -. Il presidente pare ben partito per confermare l’adagio “non c’è il due senza il tre”.

Su Twitter e con i giornalisti, Trump sembra non stare nella pelle dalla gioia: ritwitta il comunicato del Centcom, il Comando centrale, che colloca l’esplosione “nel quadro degli sforzi per sconfiggere l’Isis in Afghanistan”; e poi, rispondendo a domande, dichiara “Un’altra missione di successo, sono molto orgoglioso dei nostri militari”, che hanno la sua “totale autorizzazione”.

Da Mosca, fanno dell’ironia: “Trump potrebbe aver deciso di ricordare al mondo ancora una volta” che “la dimostrazione di forza” è “sempre stata un argomento della politica estera americana”, dice il presidente della Commissione Difesa e Sicurezza del Senato russo, Viktor Ozerov. A Pechino, dove il presidente Xi non ha ancora digerito la torta al cioccolato con i missili servitagli a Mar-a-Lago, sono preoccupati: “Tutti mantengano alta la vigilanza”, esorta il Ministero degli Esteri – e l’Air China sospende i propri voli -. Pyongynag è pronta “alle contromisure più dure e alla guerra”, il che non tranquillizza nessuno: per i nordcoreani, Trump ha creato un circolo vizioso ed è “più aggressivo di Obama” – ci vuole poco -.

La stampa Usa s’interroga sulla tendenza del presidente a dare risposte semplici a questioni difficili, con il risultato di complicarle – la Russia, la Siria, ora la Corea -; e anche sui cambiamenti, spesso repentini, di posizione e d’atteggiamento. Dopo gli esempi della Russia e della Siria, ora c’è quello dell’Afghanistan. Il NYT e The Independent hanno fatto un collage delle sue passate dichiarazioni: i conflitti in Afghanistan e in Iraq erano “una perdita di vite e di soldi” ed era tempo “di tornarcene a casa”. Il denaro buttato in quelle guerre doveva servire “a ricostruire l’America”: ora, in un colpo Trump ha gettato 16 milioni di dollari con una solla bomba.

Ringraziando i suoi sostenitori per averlo eletto, a dicembre il presidente aveva promesso d’adottare una strategia non intervenzionista ed a porre termine all’era “degli interventi e del caos”. Non c’è, però, un effetto banderuola sul sostegno popolare di cui Trump gode: chi l’ha votato s’aspetta che ottenga risultati; e, magari, è pure contento che gli Usa battano il pugno sul tavolo del mondo, così “gliela fanno vedere” – a chi, non importa molto -.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+