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Il terrore di Trump viaggia su Twitter, o corre sul filo delle telefonate del presidente magnate – ieri, con il leader cinese Xi Jinping -: se Washington chiama, c’è da mettersi l’elmetto prima di prendere la cornetta. Il terrore di Putin è nelle parole dell’autocrate, gelide e taglienti: “I rapporti Usa-Russia sono peggiorati”, da quando c’è Trump alla Casa Bianca; “Possiamo dire che il livello di fiducia, soprattutto sul piano militare, non è migliorato e che, anzi, con ogni probabilità è peggiorato”.

Pessima sintesi dei primi 80 giorni di una presidenza accolta con diffidenza e zeppa d’incognite. Ma su una cosa i bookmakers della politica erano pronti a scommettere: le relazioni tra Washington e Mosca sarebbero migliorate e quei due, Trump e Putin, sarebbero divenuti il gatto e la volpe dell’epoca nostra, pronti a buggerare Europa e Cina.

Su Twitter e in dichiarazioni alla stampa, il presidente americano attacca di nuovo il siriano Assad, definendolo “un animale”. E Putin – dice – dà il suo sostegno ad “una persona diabolica”, “davvero malvagia”. Però se il giornalista gli ricorda il suo slogan ‘America First’, il tono diventa meno bellicoso: “Non stiamo per intervenire in Siria”.

Le parole di Trump non semplificano la missione a Mosca del segretario di Stato Tillerson, che vede il ministro degli Esteri Lavrov e, a fine giornata, viene pure ricevuto dal presidente Putin: lungo colloquio, due ore, da cui nulla per ora trapela.

Lavrov si oppone ad altri attacchi Usa alla Siria, come quello condotto a sorpresa venerdì scorso. Tillerson, che appare meno aspro del suo presidente, invita il collega a “lavorare sulle divergenze” per appianarle; ma alza poi l’asticella per Assad, che “non può assolutamente governare la Siria” e la cui rimozione deve avvenire “in modo strutturato”.

In conferenza stampa, quando tirano le somme di una giornata complicata, i due ministri fanno annunci positivi: confermano l’impegno a combattere il terrorismo internazionale e ripristinano l’accordo per prevenire incidenti tra aerei militari dei due Paesi – i loro velivoli operano su Iraq e Siria, in aree e in condizioni ad alto rischio -.

Nonostante Mosca chieda un’inchiesta dell’Onu per accertare le responsabilità della strage di Idlib, attribuite da Washington ai lealisti di Assad, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu non c’è ancora accordo su una risoluzione che la preveda. E gli Usa accusano il regime di Assad di avere usato “bombe al cloro ed armi chimiche in una cinquantina di casi”.

Ma Trump non ‘lavora’ solo sul fronte siriano. Rispondendo a una chiamata da Pechino di Xi, che perora la necessità per la Corea del Nord di “una soluzione con mezzi pacifici e tramite il dialogo”, il presidente americano ripete che le possibilità di un’azione militare americana contro Pyongyang restano altissime.

Alla Fox, Trump racconta pure come disse a Xi dell’attacco missilistico di venerdì – avvenuto mentre i due presidenti erano a cena insieme a Mar-a-Lago in Florida -: “Eravamo al dessert, avevamo davanti la più bella fetta di torta al cioccolato mai vista; e il presidente Xi se la stava godendo … I generali mi hanno comunicato che i missili erano partiti e io gliel’ho detto”. Xi è prima rimasto in silenzio “una decina di secondi, poi ha chiesto all’interprete di ripetere. Ho pensato che non fosse un buon segno. Poi mi ha detto, ‘chiunque è stato così brutale e usa gas su bambini, va bene'”.

Il Giappone ha intanto deciso di inviare numerose navi militari verso la penisola coreana, incontro alla portaerei americana Carl Vinson ed al suo gruppo navale. La missione è quello di compiere esercitazioni congiunte e di scoraggiare la Corea del Nord dal portare avanti test nucleari. Ma proprio esercitazioni militari tra Usa e Corea del Sud suscitarono, poche settimane or sono, l’insofferenza del leader nord-coreano Kim III: se l’obiettivo è quello di esasperarlo, per fargli sparare qualche salva di missili e poterlo così colpire ‘alla Assad’ – una raffica di cruise e vai -, ci sono buone probabilità che venga centrato.

L’effetto Trump si fa sentire pure a Teheran: in attesa del vertice a Mosca Iran/Siria/Russia, che deve decidere il da farsi dopo l’attacco americano, l’ex presidente ultra-conservatore Ahmandinejad si ricandida a sorpresa per le elezioni del 19 maggio: intende sfidare il riformista Rohani, se avrà l’ok del Consiglio dei Guardiani. La riconsegna del potere a Teheran agli ultra-conservatori sarebbe un altro risultato nefasto della presidenza Trump e rimetterebbe in discussione l’intesa sul nucleare conclusa dagli Stati Uniti di Barack Obama e da Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina con l’Iran: un altro mattoncino dell’eredità Obama che si sgretola.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+