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Un atto isolato, nelle intenzioni americane, ma che innesca reazioni difficilmente prevedibili e che allontana, almeno nel breve termine, una soluzione negoziata della crisi siriana: ieri sera, l’attacco era già acqua passata, per il presidente Usa Donald Trump, che non vi fa neppure cenno nella conferenza stampa a chiusura di due giorni di colloqui con il presidente cinese Xi Jinping, testimone involontario della prova di forza statunitense. Un colpo e basta, tanto per fare vedere che ne sono capace; e per impressionare e intimorire gli interlocutori, amici o nemici che siano.

L’attentato di Stoccolma, nel pomeriggio, aggiunge inquietudini alle ansie occidentali, dopo l’attacco americano. Non c’è prova che i missili sulla Siria abbiano innescato la violenza omicida in Svezia, ma resta il timore che la percepita aggressione di Trump a uno Stato arabo possa accrescere le pulsioni terroristiche.

Damasco minaccia reazioni. Mosca è durissima e manda una nave nel Mediterraneo, là dove già incrociano le due cacciatorpediniere da dove sono partiti la scorsa notte i 59 tomahawk. L’Onu riunisce senza costrutto il Consiglio di Sicurezza in seduta pubblica.

Con l’attacco alla Siria, il magnate presidente fa per la prima volta sfoggio sulla scena mondiale degli istinti muscolari che tante volte ha già mostrato in politica interna: in 72 ore, confermando la propria imprevedibilità, Trump ha rovesciato la propria posizione sulla Siria – da “affari loro” e da “il cambio di regime non è una priorità” all’interventismo unilaterale -; ha segnato una linea di frattura fra Usa e Russia; ha raccolto il plauso di Israele, della Turchia e dell’Arabia Saudita, e le critiche dell’Iran; tutto senza avvicinare a una soluzione l’intreccio di crisi nel Medio Oriente.

In chiave interna, Trump ha voluto marcare la distanza con il suo predecessore Barack Obama, che nel 2013 lasciò impunemente violare in Siria la linea rossa delle armi chimiche.

In chiave esterna, la mossa impressiona più gli amici che i nemici. Concordi, Francia e Germania additano nel presidente siriano al-Assad “il solo responsabile” di quanto accaduto, perché “chi usa i gas non ha attenuanti”. L’Italia nega un’escalation del conflitto e parla di “attacco motivato da un crimine di guerra” e di “risposta proporzionata”, auspicando, come fa l’Ue, che il negoziato riparta – mentre i missili l’hanno, almeno per il momento, troncato -. Dalla passiva acquiescenza europea, scaturisce una nostalgia della Vecchia Europa, quando Francia e Germania seppero dire no all’invasione dell’Iraq.

La Russia denuncia l’aggressione contro uno Stato sovrano – “E’ come l’Iraq” – e la violazione del diritto internazionale con un falso pretesto – i gas di Idlib non sarebbero opera intenzionale dei lealisti siriani – e pronostica “rapporti più difficili” in futuro tra Washington e Mosca. L’equazione Iraq 2003 = Siria 2016 non è proprio esatta: allora, le armi di distruzione di massa erano un’invenzione; ora, sono state usate (da chi, come e perché resta da accertare); allora, ci fu un’invasione e un cambio di regime; oggi, un attacco senza seguito. Ma quanto avvenuto complica la ricerca di una soluzione negoziata al conflitto siriano.

Negli Stati Uniti, monta la consueta ondata di solidarietà nazionale che s’alza quando “il Paese è in guerra”. Ma se lo speaker della Camera Paul Ryan e il senatore John McCain approvano, deputati e senatori, anche repubblicani, avvertono che il presidente deve consultare il Congresso, se vuole impegnarsi in un conflitto. Ci sono voci critiche, come quella del senatore libertario, già candidato alla nomination democratica, Paul Rand. E, a sorpresa, Trump incassa l’inatteso e fortuito sostegno di Hillary Clinton, che, prima dell’attacco e all’oscuro dei piani, ricorda d’essere stata favorevole a un maggiore coinvolgimento in Siria, quand’era segretario di Stato.

Ma l’intenzione del presidente non è questa: battuto il suo colpo; soddisfatte le istanze presenti ovunque da “occhio per occhio, dente per dente”; gratificato il suo ego da sceriffo del deserto; (mal)impressionato l’ospite cinese Xi Jinping, con cui cenava mentre i Tomahawk piovevano sulla Siria; e distratta un po’ l’opinione pubblica nazionale dalle beghe interne; adesso tornerà a occuparsi d’altro.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+