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Quando era stato nominato in tutta fretta, il 20 febbraio, il generale Herbert Raymond McMaster parve a tutti un vaso di coccio fra vasi di ferro: messo lì come seconda scelta, dopo le dimissioni ‘causa Russia-gate’ del generale preferito dal presidente Trump, Michael Flynn, McMaster s’era infatti visto infoltire il ‘suo’ Consiglio per la Sicurezza nazionale di personaggi impropri, ma vicini al presidente, mentre ne venivano quasi estromesse figure chiave di intelligence e forze armate.

45 giorni dopo, c’è da ricredersi. Donald Trump ha rimosso dal Consiglio per la sicurezza nazionale (Nsc) il suo ‘super-consigliere’ Steve Bannon, l’uomo più contestato nello staff del presidente, perché portavoce dei suprematisti bianchi e pure ispiratore dei bandi contro l’ingresso nell’Unione di rifugiati e cittadini di Paesi islamici – finora tutti bloccati dalla magistratura federale -.

Il piccolo ‘terremoto’ all’interno dell’Amministrazione statunitense, una scossa d’assestamento, avviene nell’imminenza dell’incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping, che da oggi sarà ospite a Mar-a-Lago in Florida – la tenuta promossa da Casa Bianca dei week-end a Casa Bianca dei Vertici, come per George W, Bush lo era il ranch di Crawford in Texas -.

I colloqui con Xi richiederebbero al presidente magnate un bilanciamento dei toni tra questioni commerciali e strategiche, sotto la gragnola delle provocazioni a ripetizione della Corea del Nord – l’ultima il lancio di un missile ieri mattina: per la Casa Bianca, “il tempo sta per scadere” -. Ma è noto che Trump è più bravo a estremizzare che a bilanciare.

Bannon resta vicino al presidente americano, come consigliere strategico. Ma la riorganizzazione del Nsc è una sconfitta sua e di Trump, che deve pure ridimensionare il ruolo del suo consigliere personale per la Sicurezza nazionale, Tom Bossert. Invece, il direttore dell’intelligence Dan Coats e il capo di Stato Maggiore Joseph Dunford tornano a essere ‘partecipanti regolari’ delle riunioni dell’Nsc, di cui erano inopinatamente diventati quasi figure di passaggio, comparse saltuarie.

In un memorandum di sette pagine datato 4 aprile, Trump illustra le modifiche all’organizzazione del Consiglio per la Sicurezza nazionale. Cambiamenti che, secondo i media Usa, potrebbero dare più equilibrio all’approccio dell’Amministrazione alla politica estera. E’ senza dubbio una vittoria per la corrente moderata di Ivanka Trump, la figlia del presidente entrata a far parte ufficialmente dello staff da una settimana. Ma anche il peso e il ruolo della famiglia – oltre a Ivanka, il genero Jared Kushner, uomo d’affari ebreo, imprenditore dell’editoria e consigliere per il Medio Oriente – è oggetto di critiche e contestazioni.

I cambiamenti confermano il persistere di turbolenze nell’Amministrazione Trump, dove molti posti restano vacanti e dove, dopo un inizio in fanfara a colpi di decreti, si sono palesati i primi fallimenti, o almeno le prime difficoltà, nell’attuazione dell’agenda elettorale, dal bando due volte bloccato alla revoca dell’Obamacare abortita, dall’imposizione di dazi osteggiata dalla stessa industria americana alla riforma delle tasse ancora in fieri.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+