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JLX02 NUEVA YORK (ESTADOS UNIDOS), 05/04/2017.- La embajadora estadounidense ante las Naciones Unidas, Nikki Haley (c), enseña imagenes de las víctimas durante una reunión de urgencia del Consejo de Seguridad de la ONU sobre el ataque químico en la localidad siria de Jan Shijún, en Nueva York, Estados Unidos, hoy 5 de abril de 2017. EFE/Justin Lane

In Siria tutto pareva fatto. Normalizzata Aleppo, quasi assediata Raqqa, divenuto presidente Trump, avviate le trattative di pace ad Astana, il percorso pareva tracciato: il presidente al-Assad al potere, con la protezione di Putin; gli Usa fuori dai giochi, perché il cambiamento di regime a Damasco non è una priorità e “il futuro della Siria è un problema dei siriani” – almeno, i sopravvissuti a sei anni di guerra civile e agli esodi d’un terzo della popolazione -.

Quale ne sia la causa e la dinamica, l’attacco chimico di Khan Sheikoun, nella provincia di Idlib, nel Nord-Ovest del Paese, modifica il contesto e potrebbe pure incidere sull’esito del conflitto. E innanzitutto mette, per la prima volta dall’insediamento della nuova Amministrazione, Usa e Russia contro all’Onu. Trump, in realtà, più che con Putin se la prende con Obama, che non s’immischiò militarmente in Siria nel 2013; ma il presidente magnate è il primo a non volersi impantanare lontano dagli interessi americani, anche se fa dire all’Onu – e ripete alla Casa Bianca, dopo l’incontro con il re di Giordania Abdallah II – di essere pronto “ad agire da solo”, perché l’atteggiamento verso al-Assad “è cambiato”.

Sulle responsabilità della strage di martedì, le versioni s’intrecciano e si contraddicono, mentre dall’area dell’attacco giungono notizie di nuovi raid letali. Il ministero degli Esteri russo bolla come ‘fake news’ i resoconti dei ribelli: l’aviazione lealista avrebbe colpito uno stabilimento chimico, o un deposito degli insorti, innescando il disastro. Le fonti di Damasco negano in modo categorico ogni responsabilità nell’attacco chimico, il più mortale nel Paese dall’agosto 2013.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunitosi d’urgenza al Palazzo di Vetro, non fa molta strada, deludendo il segretario generale Antonio Guterres, che vorrebbe scoccasse l’ “ora della verità”.

Per Mosca, Washington presenta una bozza di risoluzione “basata su rapporti falsi”, rigettata senza appello, perché “complica i tentativi di soluzione politica, è anti-siriana e rischia di portare a una escalation in Siria e nell’intera regione”. In due parole, “non serve”.

Con il no della Russia, che ha potere di veto, non si va da nessuna parte, all’Onu. Nikki Haley, l’ambasciatrice degli Usa al Palazzo di Vetro, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, accusa Mosca di “chiudere gli occhi di fronte alla barbarie” e la sfida a usare la propria influenza su Assad, “se ce l’ha”. E di “Russia umiliata” parla la Gran Bretagna. L’Italia, che siede nel Consiglio, invita a perseguire i responsabili, ma aggiunge che la soluzione è politica e non militare: lo dicono in tanti.

A Bruxelles, la conferenza sugli aiuti alla Siria è ‘depotenziata’ da quanto avvenuto. L’intreccio delle posizioni confonde le acque: l’Iran, che è alleata di Assad, depreca l’uso delle armi chimiche; Damasco chiama in causa Gran Bretagna e Francia, Turchia e Arabia saudita, tutti suoi nemici; Ankara non partecipa alla conferenza e avverte russi e iraniani che la tregua è a forte rischio; Mosca manda un vice-ministro. Al tirare delle somme, restano la condanna corale di quanto avvenuto, affidata a Federica Mogherini, e 6 miliardi di aiuti supplementari, fra cui i 566 milioni di dollari stanziati dagli Stati Uniti e i 250 milioni di euro della Norvegia.

Nella vicenda, s’inserisce l’intelligence israeliana, che avalla la versione dei ribelli sull’attacco: è “altamente probabile” che il regime di al-Assad sia responsabile del raid condotto in un’area dove insorti e jihadisti si sono raggruppati dopo le recenti sconfitte ad opera delle forze governative. Secondo fonti anonime citate dal sito di Haaretz, il raid avrebbe avuto via libera dei vertici siriani, dal presidente in persona o da alti gerarchi; non è chiaro, invece, se anche Russia e Iran siano stati coinvolti nella decisione. L’attacco voleva ‘punire’ i gruppi ribelli che hanno recentemente infranto il cessate il fuoco.

Le fonti della sicurezza israeliane sostengono che dopo l’accordo del 2013 per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano, il regime avrebbe mantenuto residue scorte d’armi chimiche, incluso il gas sarin. I gas usati martedì potrebbero essere residui di vecchie scorte.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+