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L’autunno catalano sarà caldo, carico di tensioni: i nodi mai sciolti tra Madrid e Barcellona vengono al pettine e vanno risolti. C’è il rischio di violenze? Artur Mas dice: “Spero di no, finora non è mai successo nulla, neppure un vetro rotto, nonostante manifestazioni imponenti”. Però, è preoccupato e gira l’Europa cercando appoggi e garanzie, nei giorni più caldi della Brexit.

Presidente della Generalitat de Catalunya dal 2010 al 2016, alfiere dell’indipendenza catalana, Mas, 61 anni, spiega, in una conversazione con Il Fatto Quotidiano, perché si avvicina il ‘redde rationem’ nelle relazioni tra la Spagna e la Catalogna: per fine settembre, è stato indetto un referendum sull’indipendenza, che il premier spagnolo Mariano Rajoy ritiene incostituzionale – effettivamente, lo è – e che intende impedire con ogni mezzo.

Nell’Europa dei secessionismi, dalla Scozia alla Padania, dalle Fiandre alla Catalogna, il confronto tra Madrid e Barcellona è delicato e decisivo. Mas ha ovunque incontri politici, in Italia ha visto esponenti di molti partiti, ma non ha cercato i leghisti e l’estrema destra. Come gli scozzesi, infatti, che trovano nella Brexit una ragione in più per rilanciare l’aspirazione all’indipendenza, i catalani sono indipendentisti, ma anche europeisti: non vogliono uscire dall’Unione, ma esserne uno Stato, delle dimensioni come popolazione tra l’Austria e la Danimarca.

“Sappiamo che costituiamo un problema per l’Europa”, ammette Mas. I Paesi più attenti alla causa della Catalogna sono i Nordici – con l’eccezione della Svezia – e i Baltici, l’Olanda, quelli della ex Jugoslavia – giunti spesso tragicamente all’indipendenza -, “i britannici hanno sempre mostrato molto rispetto per la nostra causa”. I grandi dell’Ue, invece, Francia, Germania, Italia, Polonia sono più cauti, se non freddi. Che cosa si aspetta dall’Italia? “Che capisca la nostra posizione”. E dall’Unione? “Che mandi osservatori a seguire il referendum”. Difficile che accada, se Madrid mette il veto.

L’ex presidente della Generalitat ricorda: “Abbiamo sempre cercato di muoverci nel quadro costituzionale spagnolo, ma ormai in quel quadro non può più esserci progresso … Ci dicono sempre no … Se la nostra gente vuole esprimersi, non le si può impedire di farlo …”. Com’è accaduto, tra l’altro con esiti negativi per le cause indipendentiste, nel Quebec – due volte, 1980 e 1995 – e in Scozia – 2014 -.

La Catalogna, spiega Mas, ha caratteristiche particolari: i catalani sono il 16% degli spagnoli – e una buona metà dei sette milioni e mezzo di abitanti sono favorevoli all’indipendenza -, ma meno d’un catalano su tre lo è in modo esclusivo. E la ricchezza catalana è essenziale alla Spagna: l’8% del Pil della Regione è devoluto alle aree spagnole meno favorite.

Per Mas, soluzioni possibili che evitino lo scontro sul referendum in autunno ve ne sono: la Spagna potrebbe proporre alla Catalogna forme di autogoverno accettabili agli indipendentisti, oppure farsi lei promotrice di una consultazione. Ma l’ex presidente non crede che ciò accadrà: “Siamo – dice -gente di dialogo e di parola: se si creano le condizioni perché ci sia un accordo, non ci tireremo indietro… Ma La Spagna spera che noi convochiamo il referendum e poi non lo facciamo, mentre noi vogliamo convocarlo e farlo”.

Mas è stato in Italia poco dopo essere stato condannato per “disobbedienza” dalla giustizia spagnola a due anni di interdizione dai pubblici uffici e a 35 mila euro di multa. La sua colpa?, avere indetto il referendum consultivo del 9 novembre 2014 sull’indipendenza catalana, sfidando il no di Madrid e un veto esplicito della Corte Costituzionale.

La sentenza ha creato subbuglio nei partiti indipendentisti, che detengono la maggioranza assoluta nel Parlament di Barcellona e appoggiano l’attuale presidente Carles Puigdemont. Mas intende ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, ma deve prima esaurire tutti i gradi di giudizio possibili della giustizia spagnola.

Per i secessionisti, Madrid sta cercando di ‘giudizializzare’ la questione catalana. Vecchia tattica: si moltiplicano, cioè, le incriminazioni per disobbedienza ed accuse e sospetti di presunta corruzione contro ex dirigenti del PdeCat, il partito di Puigdemont e Mas. Se l’obiettivo è evitare il referendum non pare la via migliore.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+