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A scuola, disegno era la materia in cui riuscivo meno bene: zero in talento, povero di creatività e scarso in manualità, me la cavai alle elementari grazie alla generosità di maestre e maestri; e alle medie compensai l’insufficienza di tratto e tempere con la precisione delle proiezioni trigonometriche, che erano il mio forte.

Anche per questo, per l’ansia che mi provocò, ho un ricordo vivissimo del disegno che dovetti fare per la nascita delle Comunità europee, o del Mec come si diceva allora: c’era una barriera doganale rossa e bianca che s’alzava – e dire che io non ne avevo ancora visto nessuna: non ero mai stato all’estero – e una bambina, con un vestito azzurro, che passava il confine. Tutto intorno tanto verde.

Quel disegno a tinte pastello, ingenuo, banale e persino un po’ fuori tema –Schengen era trent’anni di là da venire e le barriere delle frontiere s’alzavano soprattutto per le merci -, non vinse il concorso indetto fra gli alunni delle elementari per celebrare l’evento. Ma lo sforzo per produrlo, forse il primo stress della mia vita d’allievo, me lo rese indelebile nella memoria.

Ed eccoci ora, 60 anni dopo, a celebrare quello stesso evento. Il Mec, poi Cee, poi Ue, è cresciuto ed è pure invecchiato, come i bambini delle elementari di allora. Nell’anniversario, ci saranno più graffiti anti-europei nelle strade di Roma che disegni di alunni sui banchi di scuola. Il progetto ha perso slancio e idealismo, ha stemperato le proprie ambizioni nei successivi allargamenti, è diventato sempre più macchinoso e burocratico: le sue conquiste e le sue libertà sono divenute abitudini, le sue regole camicie di forza intollerabili d’un paradiso – quale? – perduto.

Sabato, a Roma, ci saranno tre distinti modi di segnare il 60° anniversario della firma, il 25 Marzo 1957, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, dei Trattati istitutivi delle allora Comunità europee (economica, del carbone e dell’acciaio e dell’energia atomica): quello istituzionale, con il Vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Ue, che faranno una dichiarazione di cauta conferma della volontà d’integrazione; quello ‘contro’, con i cortei e le manifestazioni di ‘sovranisti’ e ‘no global’ di tutte le tendenze; e quello ‘per’, con la marcia per l’Europa, un momento finalmente unitario dopo tanti distinguo e divisioni fra quanti credono e vogliono l’Europa più unita e, alla fine del percorso, una Federazione europea. Io andrò alla marcia: se solo riesco a ritrovarlo, ci porto – a mo’ di cartello – il mio disegno di 60 anni fa.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+