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Il nodo della libertà degli scambi emerge centrale nei colloqui a Washington tra Donald Trump e Angela Merkel, il primo leader Ue ricevuto alla Casa Bianca, a quasi due mesi dall’insediamento del nuovo presidente. Ché tale non può più considerarsi la britannica Theresa May, venuta a cercare a Washington rimasugli di ‘relazione speciale’ dopo la decisione di Londra di lasciare l’Unione.

La visita della Merkel è stata il momento saliente d’una giornata carica di tensioni internazionali, per gli Stati Uniti. Il segretario di Stato Rex Tillerson, in visita al confine tra le due Coree, il più militarizzato al Mondo, dice che un’azione militare preventiva contro Pyongyang “è un’opzione” e potrebbe divenire necessaria, se il regime di Kim porterà avanti il suo programma nucleare.

Per Tillerson, la “pazienza strategica” degli Stati Uniti e dei loro alleati, Giappone e Corea del Sud, nei confronti della Corea del Nord “sta finendo”: la “denuclearizzazione è l’unico percorso con cui Pyongyang possa giungere a sicurezza e stabilità economica”. E la Cina non ha ragione di temere il sistema anti-missile Thaad capace di neutralizzare missili balistici a corto e medio raggio e installato in Corea del Sud.

A dieci mila miglia dal teatro della sua potenziale prima prova di forza militare da presidente, Trump accoglie la Merkel sulla soglia della Casa Bianca sorridendo e con una stretta di mano rapida. Ma il clima fra i due non è caloroso: il magnate avrebbe poi ignorato la richiesta di una stretta di mano ad uso dei fotografi nello Studio Ovale, mantenendo le mani tra le gambe palmo contro parlo – una sua postura frequente -.

La cancelliera, la cui visita in programma martedì è stata ritardata dalla tempesta di neve abbattutasi sulla costa atlantica degli Stati Uniti, era stata preceduta da frasi poco distensive della responsabile dell’economia e dell’energia Brigitte Zypries, che minaccia un ricorso alla Wto, l’Organizzazione del commercio mondiale, se gli Usa applicheranno il dazio del 35% sulle auto prodotte in Messico, dove la Bmw intende costruire una catena di montaggio per vetture da vendere nel Nord America. “Ricorrere al Wto è possibile – spiega la Zypries – perché gli accordi stabiliscono chiaramente che le tasse all’import sulle auto non possono superare il 2,5%”.

Trump e Merkel, dopo il colloquio nello Studio Ovale, hanno fatto una tavola rotonda con esponenti dell’imprenditoria dei due Paesi: c’era pure, s’ignora a che titolo, la figlia del presidente, Ivanka; e Trump ha scherzato quando si parlava dell’apprendistato in Germania (“E’ una parola che adoro”, ha detto riferendosi al suo ‘reality show’ ‘The Apprentice’).

Nella conferenza stampa, Trump e la Merkel hanno ribadito le rispettive posizioni, non sempre collimanti. Il presidente afferma che un’America forte è nell’interesse di tutto il Mondo; che la Nato è ok, ma che gli alleati devono fare la loro parte; che l’immigrazione è un privilegio non un diritto. La cancelliera tiene a proteggere chi fugge da guerra e povertà; insiste per risolvere il problema dell’Ucraina, prima di migliorare i rapporti con Mosca; e conferma che militari tedeschi resteranno in Afghanistan. Trump definisce i colloqui “produttivi” e nega d’essere un’isolazionista: “E’ una fake news”. I contrasti sull’Ue e sull’euro, emersi in passato, non tornano a galla, ma restano sotto traccia.

Poi scarica sulla Fox la grana scaturita da una bufala lanciata dalla tv e ripresa dalla Casa Bianca: che Barack Obama sarebbe ricorso all’intelligence britannica per farlo spiare nel suo appartamento alla Trump Tower. Da dove nasce la storia? “Chiedetelo alla Fox”. Ma poi fa una battuta e rilancia: lui e Angela hanno una cosa in Comune, “siamo stati spiati da Obama”. La Casa Bianca, però, assicura al Regno Unito – fa sapere le May – che le accuse all’agenzia di intelligence Gchq “non si ripeteranno”. Si tratta di “assurdità”, di sospetti “totalmente ridicoli che devono essere ignorati”, aveva detto dal canto suo un portavoce della Gchq.

Un sondaggio, contro tendenza rispetto ad altri recenti, mostra che il 60% degli americani non è d’accordo con le priorità di Trump sull’immigrazione: al posto di bandi e muri, vorrebbero programmi di sviluppo che consentano a chi è negli Usa illegalmente, ma ha un lavoro, di diventare residente legale.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+