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Anche questa volta, l’attacco viene da Ovest. A bloccare il primo bando anti-rifugiati e anti-Islam del presidente Trump, erano stati le corti federali dello Stato di Washington e della California. A impedire addirittura l’entrata in vigore del secondo, che doveva diventare operativo ieri, è stato un giudice delle Hawaii, lo Stato di Barack Obama.

Il nesso fa schiumare di rabbia Donald Trump, che strepita su Twitter e non solo e afferma “Vinceremo alla Corte Suprema”: l’aveva detto anche la prima volta, poi non se n’era fatto nulla, perché il bando originale era irrimediabilmente ‘bacato’, dal punto di vista giuridico e costituzionale. E non è detto che il secondo non lo sia. Intanto, comunque, la Casa Bianca ricorre in appello.

Con il passare delle ore, la mappa delle corti contro s’allarga. Dopo quello delle Hawaii, anche un giudice federale del Maryland boccia lo stop all’ingresso negli Usa dei rifugiati e di quanti provengono da sei Stati islamici, accogliendo un ricorso presentato dall’Aclu, la principale associazione per la difesa delle libertà civili in America, e da altri gruppi che rappresentano gli immigrati, i rifugiati e le loro famiglie.

Il rilievo mosso al provvedimento, e condiviso dalla Corte federale di Annapolis, è di avere un carattere discriminatorio nei confronti dei musulmani e di essere dunque incostituzionale.

Invece, il giudice hawaiiano Derrick Watson ha considerato la misura discriminatoria sulla base della nazionalità, affermando che danneggerebbe i cittadini delle Hawaii impedendo loro di ricevere visite da parenti provenienti dai sei Paesi colpiti. Il bando potrebbe, inoltre, provocare un danno al settore turistico dello Stato e limitare la possibilità di accogliere studenti e lavoratori stranieri.

Trump non ci sta: “Il pericolo è chiaro, la legge è chiara, i presupposti del mio ordine esecutivo sono chiari. Lotteremo e vinceremo”, dice in un comizio a Nashville, in Tennessee. E definisce la decisione di Watson un “abuso senza precedenti”. Il presidente non nasconde di preferire il primo ordine esecutivo (“Era ciò che io volevo”) al secondo: “Questa non è altro che una versione annacquata”.

Il nuovo testo era stato presentato dall’amministrazione Trump il 6 marzo, dopo che la misura emanata il 27 gennaio – un venerdì -, scatenando il caos negli aeroporti del Paese e innescando una protesta ampia e immediata, era ‘saltato’ ad opera – è la tesi di Trump – di “giudici politicizzati”. Smaltita la rabbia per lo smacco, aveva poi prevalso la scelta d’evitare il ricorso alla Corte Suprema e di rivedere il testo, riscrivendo le parti più controverse e assicurando che nulla ci sarebbe più stato da obiettare. Non è stato così.

La nuova versione riduce da sette a sei i Paesi colpiti – non c’è più l’Iraq, accanto a Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia – e non prevede più lo stop all’ingresso negli Usa per quanti sono in possesso di carta verde e visto. Eliminata anche la parte in cui si garantiva un trattamento di favore per i cristiani.

Lasciano uno strascico di polemiche, intanto, le ultime sortite dell’Amministrazione Trump, dalla accuse non provate di a Obama di averlo fatto intercettare alla fuga di notizie su una dichiarazione dei redditi ‘datata’ del presidente magnate. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, un leader repubblicano che proprio non trova sintonia con il presidente, non crede all’ipotesi d’intercettazioni ordinate da Obama alla Trump Tower nella scorsa campagna elettorale. Ryan ha risposto un secco “no” ai giornalisti che l’interrogavano in merito.

Nonostante le sue dichiarazioni non siano state avallate né dall’Amministrazione né dall’intelligence – l’Fbi le ha anzi smentite -, Trump continua a prendersela con i media e alla Fox dice: “Uso Twitter perchè i media sono terribili con me. Se non lo faccio non trasmetto il mio messaggio”; e aggiunge “Quello che dico non viene riferito in maniera accurata”, in modo “disonesto”. Che sia vero o meno, evidentemente, non conta.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+