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From left to right : Spanish Prime Minister Mariano Rajoy, Italian Prime Minister Paolo Gentiloni, French President Francois Hollande and German Chancellor Angela Merkel pose for photographers prior to their meeting at the Versailles castle, near Paris, France, Monday, March 6, 2017. Hollande is hosting German Chancellor Angela Merkel, Spanish Prime Minister Mariano Rajoy and Italian Prime Minister Paolo Gentiloni in Versailles to prepare for a larger EU meeting later this week. (ANSA/AP Photo/Michel Euler) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Parlando dal punto di vista europeo, e solo europeo, senza tenere conto di chi ha il vantaggio nei sondaggi e/o nella legge elettorale che è e che sarà, l’Italia perde un giro – europeo -, se non vota quest’anno, allineandosi a Francia e Germania.

Perché questo, per l’Unione europea, è un anno di transizione e di preparazione: le decisioni non saranno prese prima dell’autunno/inverno 2017/’18, indipendentemente dal fiume di parole che il 60° anniversario della firma a Roma dei Trattati istitutivi delle allora Comunità europee farà dire e versare, messaggi più o meno europeisti, appelli al rilancio dell’Ue e dichiarazioni genericamente zeppe di buoni propositi.

La Brexit e Trump sono state due mazzate: per il processo d’integrazione e per la credibilità di un progetto d’organizzazione regionale come frangiflutti della globalizzazione. I verdetti del 4 dicembre sono stati contraddittori, nell’ottica europea, ma più positivi che negativi: la vittoria in Austria del verde europeista Alexander Van der Bellen sullo xenofobo euro-scettico Norbert Hoefer è stato un punto a favore dell’Unione; mentre la vittoria in Italia del NO al referendum si basava in larga parte sul concorso di forze euro-critiche ed euro-scettiche, ma anche la campagna per il SI’ aveva assunto coloriture euro-scettiche – e alla vittoria del NO hanno anche contribuito euro-responsabili convinti che una cattiva riforma non avrebbe fatto l’Italia più europea, ma solo peggiore -.

Ora, quest’anno si vota in Olanda, domani, in Francia, tra aprile e maggio, e in Germania a settembre. Quali che siano i risultati, e a meno di un filotto degli euro-scettici anti-Ue ed anti-euro, che sarebbe un verdetto senza appello contro l’integrazione, in autunno tutti i Grandi dell’Unione, e tutti i Paesi fondatori, saranno pronti ad affrontare una riflessione a medio/lungo termine e un negoziato sul futuro del progetto europeo. Tutti tranne l’Italia, impaniata nella sua perenne campagna elettorale e incapace di uscire dal contingente e dal breve termine. E che, dunque, affronterà pensando ad altro un negoziato decisivo per il suo futuro ed alle cui conclusioni aderirà per forze d’inerzia.

Con il voto alle spalle, invece, l’Italia potrebbe essere protagonista e dare un maggiore a forgiare il futuro proprio ed europeo.

L’indirizzo del negoziato dipende da troppe variabili non ancora note: l’esito delle elezioni, in primo luogo; e gli sviluppi della trattativa sulla Brexit, il ritmo di crescita dell’economia (e dell’occupazione) e l’andamento della gestione dei flussi migratori. Anche per questo, la dichiarazione che sarà pubblicata a Roma dai leader dei Paesi dell’Ue, su cui s’allunga dalla scorsa settimana l’ombra del dissenso polacco, sarà molto generica, dovendosi poi riempire di contenuti a ciclo elettorale concluso. E anche per questo documenti e risoluzioni che vengono annunciati  da movimenti europeisti, centri studi, forze politiche hanno un gusto d’idealismo più che di concretezza.

Solo a Roma, le giornate del 23 e 24 sono segnate da una selva d’appuntamenti. A fare da prologo, è stata la presentazione, a Roma, di un’utile volume curato da Andrea Maresi e Lucia D’Ambrosi, ‘Dal Comunicare al fare l’Europa’. Il premier Gentiloni auspica che l’anniversario romano serva a rompere il clima negativo creato dalla Brexit (o che della Brexit è stato presupposto). Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, “rimanere nello statu quo non è avviare la disgregazione, è proseguire nella disgregazione”. Lui però crede che l’Ue sia stata risvegliata dal fragore del nuovo disordine mondiale suscitato dalla Brexit e da Trump: dopo essere passata in quarant’anni dalla Generazione Auschwitz alla Generazione Erasmus, deve ora darsi nuovi obiettivi, come l’Unione sociale e l’Europa della Difesa.

Temi che ritorneranno, nei prossimi dieci giorni, in decine di appuntamenti romani accademici, mediatici, politici, istituzionali, fino a culminare il 24 in una maratona di eventi nel segno, fra l’altro, di sigle europee come l’Aiccre, il Cime, l’Mfe. Il 25 sarà Vertice: né rinascita né funerale, troppo presto per l’una e per l’altro. L’Italia, però, rischia di non trovarsi in prima fila, al momento giusto.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+