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L’impazienza, e l’intolleranza, sono tratti salienti del carattere del presidente Donald Trump: insofferente di freni e critiche, chiede di dimettersi a 46 procuratori federali, che erano stati nominati dal suo predecessore Barack Obama. Un modo ‘alla Erdogan’ per sbarazzarsi di magistrati non allineati con la sua Amministrazione.

Non è una novità, nelle transizioni di potere statunitensi all’insegna dello spoil system (Bill Clinton, di procuratori federali, ne cacciò 93). Ma Trump, e il suo segretario alla Giustizia Jeff Sessions, gestiscono la vicenda con inutile brutalità: con la fretta decisionista del magnate presidente, succede che alcuni degli interessati siano informati dalla stampa del loro ‘licenziamento’. E c’è chi, come Preet Bharara, il procuratore di Manhattan, noto come lo ‘sceriffo di Wall Street’, si sente tradito: Trump, quando lo aveva incontrato, dopo le elezioni, gli chiese di restare; e lui aveva accettato. Ora Bharara sfida il presidente, lui non se ne va, lo cacci.

L’urgenza d’eliminare sacche di resistenza giudiziarie è forse legata all’entrata in vigore giovedì 16 del nuovo bando anti-Islam e anti-rifugiati. Un giudice di Madison nel Wisconsin, William Conley, è già intervenuto, a favore d’un rifugiato siriano che attende d’essere raggiunto dalla sua famiglia; mentre ricorsi contro il bando sono già pendenti – il primo alle Hawaii, lo Stato di Obama -.

I rapporti tra Trump e il suo predecessore sono pessimi: i due non si parlano dal 20 gennaio, giorno del passaggio di consegne. Obama è furioso per le accuse rivoltegli; e i repubblicani ritengono che orchestri un ‘governo ombra’ per mettere i bastoni fra le ruote  al presidente.

Cui le grane non mancano: il capo dell’Fbi, Jim Comey, non ha intenzione di andarsene, nonostante le critiche, come vuole arrivare a fine mandato la presidente della Fed Janet Yellen. E il Russia-gate non ha ancora esaurito il potenziale lesivo per la Casa Bianca: s’è scoperto che anche Trump incontrò ‘fuori tempo’ l’ambasciatore russo  (però fu solo “una stretta di mano”).

Mentre gli indiani portano a Washington la colorata protesta contro gli oleodotti bloccati da Obama, ma autorizzati da Trump, le scelte di politica estera sono contraddittorie coi propositi ‘isolazionisti’: Trump sarebbe pronto a inviare più soldati in Afghanistan (i generali parlano di ‘una nuova strategia per superare lo stallo’) e ha già dislocato un contingente in Siria in vista dell’offensiva su Raqqa, capitale del sedicente Stato islamico – gli uomini in campo potrebbero salire a mille -.

Note di cronaca: il figlio di Muhammad Ali, alias Cassius Clay, Muhammad Ali jr, è stato di nuovo fermato, sempre con la madre, stavolta all’aeroporto di Washington, dove i due dovevano intervenire a iniziative anti-razziste. Era giù successo una settimana fa a Fort Lauderdale, in Florida.

C’è stata, infine, una breccia nella sicurezza della Casa Bianca, mentre Trump era nel suo ufficio: un uomo ha scavalcato la cancellata, prima di essere bloccato dal Secret Service. Non era armato, ma l’episodio ha comunque suscitato allarme.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+