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Il bando c’è di nuovo. E torna subito a innescare proteste e ricorsi. Anche se l’Amministrazione assicura che, questa volta, tutto si fa in regola e nel rispetto della Costituzione. Il provvedimento, cui Donald Trump pareva avere rinunciato dopo il discorso, una settimana fa, al Congresso riunito in sessione plenaria, blocca per 120 giorni l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i rifugiati – compresi quelli siriani, che inizialmente erano stati messi in quarantena a tempo indeterminato – e per 90 giorni di quanti provengono da sei Paesi musulmani – Iran, Yemen, Siria, Libano, Libia e Sudan: dalla lista, è ora escluso l’Iraq –.

La Casa Bianca dichiara di volere così proteggere gli Usa dalla minaccia terroristica e ha l’avallo del segretario alla Giustizia Jeff Sessions: il decreto costituisce “un esercizio appropriato dei poteri del presidente”. Invece, l’opposizione democratica insorge e denuncia una misura “anti-americana”: il leader dei democratici in Senato, Chuck Schumer, preannuncia battaglia.

Il decreto entrerà in vigore mercoledì 16 marzo, ma non è escluso che organizzazioni per il rispetto dei diritti umani e giudici federali si mettano in moto prima per invalidarlo. Com’era già avvenuto per il primo bando, bloccato dai tribunali federali. Dopo la sentenza negativa della Corte d’Appello di San Francisco, l’Amministrazione aveva rinunciato al ricorso alla Corte Suprema, preferendo preparare un nuovo provvedimento meglio giuridicamente concepito.

Questa volta, ad esempio, i detentori di visti e carta verde saranno protetti e potranno entrare e uscire dagli Usa. Confermata, invece, la riduzione del numero complessivo di rifugiati accettati nell’anno fiscale 2017: 50 mila, contro i 110 mila previsti dall’Amministrazione Obama.

Il bando è stato illustrato alla stampa da tre ministri, il segretario di Stato Rex Tillerson, Sessions e il responsabile della Sicurezza interna John Kelly. Nessuno di loro ha però risposto alle domande dei giornalisti.

Motivando l’esclusione dell’Iraq dalla misura, Tillerson dice che si tratta “di un alleato importante nella lotta al sedicente Stato islamico” – e un mese fa non lo era? -. Baghdad, ovviamente, ringrazia e parla di “un segnale positivo”. Per giustificare il richiamo alla sicurezza nazionale, Sessions rivela che l’Fbi sta indagando su oltre 300 rifugiati, anche se finora non risulta nessun atto di terrorismo compiuto da profughi sul territorio statunitense.

Il provvedimento era stato messo a punto domenica, in un consulto nella Casa Bianca dei week-end, a Mar-a-Lago, in florida, tra Trump, Sessions e Kelly.

La mossa consente, ancora una volta, al presidente di spostare la palla, dopo che le accuse mosse sabato al suo predecessore Barack Obama, d’averlo fatto spiare nel suo alloggio alla Trump Tower, s’erano ormai trasformate in un boomerang: l’Fbi le ha definite “false”, perché “Trump non è mai stato intercettato”, nonostante la Casa Bianca prema per un’inchiesta del Congresso in merito; e il presidente replica bollando come “inaccettabile” il giudizio dell’intelligence.

La contrapposizione innescata da Trump sta alzando il livello del confronto negli Stati Uniti, dove, nel fine settimana, si sono incrociate manifestazioni pro e contro il presidente, con sette feriti e una decina di arresti a Berkeley in California e decine di arresti altrove nel Paese. Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida, ex rivale di Trump per la nomination, chiede che il presidente spieghi le accuse a Obama; Nancy Pelosi, leader democratica alla Camera, le definisce “ridicole”.

L’opinione pubblica appare polarizzata e confusa. Sondaggi rivelano che l’operato di Trump ha l’approvazione del 45% degli americani – in crescita dell’1% -, ma che il 65% auspicano la nomina d’un procuratore speciale sul Russia-gate, lo scandalo che ha travolto Michael Flynn, consigliere per la Sicurezza nazionale, e raggiunto Sessions e il genero del presidente Jarred Kushner.

Fronte esteri, l’ennesima provocazione missilistica della Corea del Nord trova echi limitati, mentre si attende per maggio un annuncio sul trasferimento, o mano, dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. La prossima settimana, infine, martedì 14, sarà a Washington Angela Merkel.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+