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Dopo qualche giorno di astinenza dalle fake news, Donald Trump torna a spararle grosse: accusa Barack Obama di averlo fatto intercettare durante la campagna elettorale, di avere fatto mettere cimici nel suo appartamento alla Trump Tower sulla 5a Strada a New York. “E’ maccartismo”, “E’ un nuovo Watergate  ”, “Sarebbe da farci una grande causa”, twitta a raffica il presidente, secondo cui il suo predecessore è “un cattivo ragazzo, o un ragazzo malato”.

C’è del vero nelle accuse di Trump? Impossibile dirlo: il presidente non adduce prove a sostegno delle sue affermazioni. Obama affida la replica di primo acchito a un suo consigliere, Ben Rhodes, ex vice-consigliere per la Sicurezza nazionale: “Solo un bugiardo può montare un caso del genere. Un presidente non ha il potere per ordinare cose del genere”, dice Rhodes senza mezzi termini. E, poco dopo, un portavoce di Obama scandisce: “Mai ordinato intercettazioni di nessun cittadino”.

Qualcuno ricorda che il Secret Service, il corpo di sicurezza incaricato di proteggere il presidente, ha pure il compito, nella fase finale della campagna elettorale, di sorvegliare e tutelare i candidati alla Casa Bianca: opera per il loro bene, non contro di loro.

Le accuse a Obama, non nuove, ma mai così virulente, seguono di poche ore indiscrezioni attribuite dalla Abc a fonti interne all’Amministrazione Trump su una nuova mossa anti-migranti: se scoperti, gli immigrati senza documenti in regola sarebbero separati dai loro figli, i genitori sarebbero fermati e i bimbi affidati ai servizi sociali. Fatte tutte le debite differenze, pare una versione XXI Secolo della ‘Scelta di Sophie’: non tragica nell’esito come quella del film di Alan Pakula, ma ai confini dell’umanità. Per rendere più efficace la caccia ai migranti illegali, saranno assunti 15 mila agenti.

Dopo qualche giorno di buona educazione istituzionale, testimoniata dal tono pacato dell’intervento al Congresso in sessione plenaria, Trump, in difficoltà da giorni per il Russia-gate, torna ad alzare il tiro ed a fare quel che gli riesce meglio, spostare la palla. Ieri mattina, ha esploso tweet a raffica – e se l’è ripresa con Arnold Schwarzenegger, che gli avrebbe rovinato il suo show The Apprentice -.

Non era mai successo che un presidente attaccasse in modo così aperto e palese il suo predecessore e gli lanciasse accuse così pesanti. Al massimo – accadde al passaggio di consegne tra Bill Clinton e George W. Bush, tra 2000 e 2001 –, ci furono episodi di goliardia istituzionale: le lettere W asportate dalle tastiere, le memorie dei computer cancellate, macchine d’ufficio rese inefficienti, password non trasmesse.

Che tra Obama e Trump non ‘passi la corrente’ e non vi sia stima reciproca, era chiaramente emerso durante la campagna elettorale. L’incontro istituzionale nello Studio Ovale, dopo l’Election Day, aveva messo un po’ di cipria sulle rughe. Poi, Trump aveva ripetutamente accusato il predecessore d’avergli lasciato in eredità “un caos”, di essere l’istigatore delle proteste contro di lui e di essere, in qualche misura, il regista del Russia-gate, lo scandalo dei contatti don Mosca che sta travolgendo come birilli suoi collaboratori e suoi congiunti – Michael Flynn che mentì al vice-presidente Pence s’è dimesso, Jeff Sessions che mentì al Senato s’è ricusato, il genero Jared Koushner per ora resiste -.

Incredibilmente, su questa vicenda, il Cremlino mostra più auto-controllo e senso dell’umorismo della Casa Bianca: a Jessica Parker, il volto più celebre di Sex and the City, che si chiede come mai tutti meno lei riescano a incontrare l’ambasciatore russo a Washington Serghiei Kisliat, una spiritosa portavoce russa risponde che, se proprio ci tiene, possono organizzarle un appuntamento.

Certo, appare difficile da ipotizzare che le affermazioni di Trump siano prive di fondamento. Ma il presidente Trump, non il candidato, ci ha già somministrato ‘fatti alternativi’, cioè palesi menzogne: quando, ad esempio, sostenne, contro ogni evidenza, che c’era più gente al suo insediamento che a quello di Obama; o quando denunciò, senza addurre lo straccio d’una prova, tre milioni di voti d’immigrati illegali all’Election Day. Di solito, le sue fonti sono siti come Breitbart News, vicini alla destra bianca suprematista e poveri di credibilità.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+