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Gli era già capitato, in campagna elettorale, di cambiare registro e di farsi da tigre gattino. Era durata poco: deludeva i suoi fan e non guadagnava consensi altrove, perché nessuno si fidava dell’improvvisa conversione alle buone maniere. Questa volta, potrebbe andare avanti per un po’, perché la metamorfosi in presidente educato è piaciuta in Congresso alla maggioranza repubblicana e, davanti alla tv, a molti americani.

Donald Trump, adesso, ha bisogno dei voti di deputati e senatori, per fare avanzare la sua agenda: dunque, eccolo ansioso d’accantonare i contrasti per “dare una mano insieme alla gente comune”. Ma la leader democratica Nancy Pelosi parla di “specchietto per le allodole”, mentre Wall Street è euforica e l’indice Dow Jones supera per la prima volta quota 21 mila, nonostante messe in guardia della Fed.

La recita buonista continua: dopo il discorso a Congresso riunito in sessione plenaria, il presidente annuncia la rinuncia al bando anti-rifugiati e anti-ingressi nell’Unione da sette Paesi islamici. Trump, che secondo Politico “ha schiacciato il tasto reset”, preferisce “lavorare con deputati e senatori sulla riforma dell’immigrazione”. In realtà, riuscire a scrivere il bando in modo da renderlo costituzionalmente digeribile ai giudici federali si stava rivelando impresa improba.

Allora, tanto vale accantonarlo, smentendo l’ennesima illazione mediatica: il Wall Steet Journal aveva appena scritto che il nuovo bando, il cui varo doveva avvenire ieri, avrebbe risparmiato i visti già concessi e si sarebbe applicato solo ai futuri visti da Iran, Yemen, Siria, Iraq, Libia, Sudan e Somalia. Esentati dal blocco anche i “residenti legali permanenti” e i detentori di ‘carta verde’.

Sulla riforma dell’immigrazione, sempre negata a Obama, il presidente lavora a un compromesso col Congresso: l’idea è di permettere di restare legalmente negli Stati Uniti a tutti coloro che non hanno commesso alcun serio reato penale, senza però contemplare la cittadinanza per gli illegali, forse con l’eccezione dei cosiddetti ‘dreamer’ (coloro entrati illegalmente negli Usa da bambini).

Sugli altri punti dell’agenda sciorinata nel discorso, la via sembra spianata: l’aumento delle spese per la difesa e l’accento sulla sicurezza; la riforma fiscale –un “taglio epocale” – e l’abrogazione della riforma sanitaria di Obama (che va però rimpiazzata); un giro di vite sugli immigrati per dare più lavoro agli americani, e un colpo di chiavetta per “riavviare il motore dell’economia”, agendo sulle infrastrutture e rilanciando il commercio.

Ne esce una visione dell’America più ottimistica di quella del discorso d’insediamento, l’intenzione di aprire “un nuovo capitolo di grandezza americana”. I conservatori, anche i moderati, ne escono estasiati: ci vogliono soldi per rivitalizzare le Forze Armate che languono (i mezzi dell’Aviazione hanno un’età media di 27 anni, quelli dell’Esercito di 37: vanno rimpiazzati). E se i soldi verranno da tagli all’istruzione pubblica, poco male, spiega il The Daily Signal della Fondazione Heritage, perché il sistema è già scadente, con appena il 17% degli studenti neri capace di leggere e il 7% sufficiente in matematica. I neri resteranno ignoranti e dovranno arruolarsi per vivere: almeno, avranno a disposizioni armi efficienti.

Trump procede a firme forzate, fin dove può: per abrogare norme di Obama contro l’inquinamento delle acque, per limitare l’uso della marijuana, per favorire la carriera delle donne nelle scienze – c’è ancora chi l’accusa di ‘machismo’? -.

I segnali preoccupanti restano: nel segno del segretario alla Giustizia Jeff Sessions e del consigliere Steve Bannon, l’Amministrazione Trump abbandona i controlli sui dipartimenti di polizia sospettati di utilizzare un ‘doppio standard’ per bianchi e neri.

Fronte esteri, il Pentagono sfodera ottimismo sul piano consegnato alla Casa Bianca per sradicare l’Isis, il sedicente Stato islamico, non solo da Siria e Iraq, ma da tutto il mondo: il piano definisce che cosa significa battere il Califfato e vuole condurre a rapida sconfitta delle milizie integraliste. Ma se era così facile, perché i generaloni americani non ce lo hanno detto prima come fare? E, all’Onu, è di nuovo – o già? – scontro sulla Siria con Russia e Cina: in ballo, le sanzioni al regime di al-Assad.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+