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Se non hai una reputazione, non rischi di perderla: è la legge del web che consente al presidente Donald Trump di spararle grosse a ripetizione e di non pagare dazio. Se si comportasse come lui uno che, invece, una reputazione ce l’ha, la perderebbe di sicuro. E’ una delle considerazioni che ho fatto lunedì scorso, ascoltando Antonio Nicita, consigliere dell’AgCom, e Andrea Barchiesi, CEO reputation manager, parlare di ‘Democrazia e populismo nell’era della post-verità’, in uno dei ‘Dialoghi del Cre’ organizzati da Stefania Salustri, presidente del Club relazioni esterne.

I dati pubblicati il giorno successivo dal Washington Post, all’atto di mettere sulla propria testata online il monito ‘La democrazia muore nell’oscurità’, confermano che la considerazione è corretta: Trump è come Pinocchio, nei primi 33 giorni alla Casa Bianca ha collezionato, per il fact-checking del prestigioso quotidiano, 132 dichiarazioni false e ingannevoli, prevalentemente su Twitter (34%), ma anche in discorsi suoi (31%) o preparati (24%). In pratica, non c’è stato giorno senza bugia; e, in media, ce ne sono state quattro al giorno. Tra i terreni di menzogna più battuti, l’immigrazione (24 falsità), l’occupazione (17) e addirittura i propri dati biografici (17).

Il Washington Post, in prima linea con il New York Times nella guerra alla ‘fake news Presidency’, è a sua volta accomunato da Trump alla Cnn e ad altri media autorevoli nel fascio dei ‘fake news media’. Il curioso è che i sondaggi dicono, in modo contraddittorio, che la credibilità dei media è superiore a quella del presidente (per il 52% degli americani, mentre il 37% la pensa all’opposto) e che, al contempo, la popolarità di Trump, bassa in partenza, non crolla: il tasso di disapprovazione sale dal 49 al 51% nel giro di un mese, una variazione nel margine d’errore statistico. Anzi, proprio i provvedimenti di Trump più oggetto di bugie e più contestati in modo rumoroso nelle piazze d’America e dall’opposizione in Congresso, quelli anti migranti e anti Islam, risultano essere i più popolari, con tassi d’approvazione sopra il 50%.

Molte le lezioni da trarre dalla lezione al Cre su post-truth e fake news, disinteresse alla verità e interesse alle emozioni /e alla condivisione delle convinzioni che uno s’è già fatto: è il famoso effetto ‘lunedì del tifoso’, per cui lo juventino legge la cronaca di Juventus-Inter su Tuttosport e l’interista sulla Gazzetta dello Sport, ricevendone entrambi conferme alle impressioni già maturate divergenti a 180 gradi.

Nicita ammonisce che “la rete non conduce alla verità”. Barchiesi spiega l’importanza di arrivare per tempo, e in forze, per cercare di arginare una ‘fake news’ – o semplicemente un’informazione magari corretta, ma sgradita -. Monica Paternesi, giornalista dell’ANSA, semina un granello di speranza: magari, i ventenni di oggi vengono su con gli anticorpi.

Il clima generale è che il giornalista mediatore di affidabilità, se non di verità, che è parola grossa, non ci sia più. Ma perché?, mi chiedo io: che ci stiamo mai a fare, se non consentiamo d’individuare le informazioni valide e rilevanti nel mare magnum dell’informazione disponibile e, spesso, inaffidabile. Oggi, distinguere il grano dal loglio è, soprattutto, separare le balle dalle notizie.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+