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Probabilmente, la battaglia di Cannon Ball, persa dai Sioux la scorsa notte, non entrerà nella storia con la stessa enfasi della loro più famosa vittoria sui Lunghi Coltelli, al Little Big Horn, nel Montana, dove, il 25 luglio 1876, i guerrieri di Cavallo Pazzo, coi loro alleati Cheyenne e Arapaho, accerchiarono a sterminarono fino all’ultimo uomo cinque squadroni del 7° Cavalleggeri al comando del tenente colonnello George Armstrong Custer.

Ma, forse, anche su questa battaglia ci gireranno dei film. E, magari, l’epilogo della guerra sarà rovesciato: allora, gli indiani d’America persero su tutti i fronti; questa volta, potrebbero ancora spuntarla. Perché ambientalisti e una buona fetta dell’opinione pubblica sono dalla loro.

Cannon Ball sta nel North Dakota, mille miglia a Est di Little Big Horn: lì era stato montato, circa sei mesi fa, il campo, per protestare contro la realizzazione di un oleodotto, il Dakota Access, che attraversa terre sacre alla tribù Sioux, nella grande riserva di Standing Rock. Bloccata da Barack Obama, l’opera è stata autorizzata da Donald Trump. Le corti federali hanno respinto i ricorsi d’urgenza. Ci sono stati arresti – una decina -, alcune tende sono state incendiate, ma non si ha notizia di scontri con le forze dell’ordine.

L’operazione di pulizia era stata preceduta da un ultimatum. Molti manifestanti se n’erano allora andati, senza opporre resistenza: ne erano rimasti poche decine. Il governatore dello Stato Doug Burgum ha dato una spiegazione ecologica dell’autoritario repulisti: evitare che i corsi d’acqua dell’area siano contaminate dai rifiuti del campo trascinati via dalle forti piogge in arrivo. L’inquinamento da oleodotto preoccupa evidentemente meno, anche se la causa dei Sioux è stata sposata da politici e investitori progressisti, che chiedono alle 17 banche che finanziano il progetto (c’è pure Intesa San Paolo) d’abbandonarlo. E c’è chi promette resistenza ad oltranza, come Phyllis Young, un leader della protesta.

In cinque settimane alla Casa Bianca, Trump ha smantellato molte misure di Obama, non solo il blocco dell’oleodotto nei Dakota. L’ultima mossa, attesa, ma non per questo meno contestata, è il ritiro delle linee guida anti-discriminazione, per cui gli studenti transgender potevano usare bagni e spogliatoi nelle scuole pubbliche in base all’identità di genere, e non in base al sesso di nascita. La prossima mossa potrebbe essere la revisione di norme anti-inquinamento delle auto.

Sugli Lgbt, ricostruisce il NYT, c’è stato uno scontro nell’Amministrazione tra il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, spalleggiato dal presidente, e la responsabile dell’Istruzione Betsy DeVos, contraria all’abrogazione e, alla fine, indotta a cedere. Nonostante alcune misure prese da Trump risultino popolari, specie quelle anti – immigrazione, un sondaggio della Cbs indica che solo il 39% degli americani ne approva l’operato, mentre il 51% lo giudica negativamente – dati peggiori, rispetto all’Inauguration Day -. Un altro rilevamento mostra che i media sono più credibili del presidente per il 52% degli americani (il 37% la pensa all’opposto).

Stridori vengono pure dalla missione in Messico del segretario di Stato Rex Tillerson: deportazioni e muro non vanno giù al presidente Pena Nieto, che intende rispondere ‘colpo su colpo’.

Per il momento, c’è più resistenza al presidente fra la gente che in Congresso, dove, però, i democratici cercano di riorganizzarsi, dopo la batosta di novembre. Sabato, ad Atlanta, sceglieranno, fra otto candidati, il capo del partito: i favoriti sono Keith Ellison, il primo musulmano eletto alla Camera, che propone una commissione d’inchiesta per mettere Trump sotto impeachment, e Tom Perez, ispanico, ex ministro del lavoro, più cauto.

Ellison ha l’appoggio di Bernie Sanders, Perez è sostenuto da Obama, che inaugurerà presto il suo nuovo quartier generale a Washington – a pochi passi dalla Casa Bianca – e che ha radunato parte del suo vecchio staff – una ventina di persone – per fare il punto della situazione. Secondo Politico, alla riunione c’era pure l’ex vice-presidente Joe Biden.

Rompendo una tradizione, gli Obama hanno scelto di restare nella capitale, almeno finché la figlia minore Sasha non avrà completato il liceo. Il nuovo ufficio di Barack potrebbe così divenire una ‘Casa Bianca ombra’, mentre la sua rete Organizing for Action sarà rafforzata per tutelare il lascito dell’ex presidente. E una squadra di legali legati ad Obama è pronta a scendere in campo per “difendere la democrazia”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+