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Nell’America di Trump, “La democrazia muore nel buio”; o sui campi da golf; o, magari, nel lusso del tenore di vita del presidente magnate che diventa un balzello per i cittadini. E mentre segnali d’allarme e grida di dolore si moltiplicano, l’Amministrazione va avanti sulla via della stretta all’immigrazione e del bando agli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani (con il sostegno della maggioranza dei cittadini: Trump raccoglie la paura seminata in campagna elettorale).

Ma alla Casa Bianca ci sono malesseri e scricchiolii: il neo-consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster e il consigliere speciale Steven Bannon sarebbero ai ferri corti e l’ex generale starebbe per ottenere la cacciata, o almeno il ridimensionamento, del suprematista bianco.

“La democrazia muore nel buio” è il monito che il Washington Post, in prima linea col New York Times nello scontro tra Trump e i media, manda alla nuova Amministrazione, ponendolo, in segno di protesta e di preoccupazione, sulla propria testata online. Il WP è il giornale del Watergate, è ora diretto da Marty Baron, che guidò il Boston Globe nell’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa (quella di Spotlight) ed appartiene a Jeff Bezos di Amazon, uno dei nemici di Trump.

Sono state le rivelazioni del WP a spingere il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn alle dimissioni perché compromesso con la Russia. E sono stati i cronisti del WP a documentare addirittura 133 menzogne del presidente magnate nei primi 32 giorni alla Casa Bianca, quasi quattro al giorno in media, da fare invidia ai Pinocchio più incalliti.

L’approccio aggressivo fa bene ai grandi media Usa, che tornano ad assumere e ad investire: Trump dà a quelli che chiama ‘fake news media’ un sacco di materiale. Persino il golf diviene argomento di “fatti alternativi”: il NYT calcola che Trump ha passato sui campi di golf sei giorni nel suo primo mese da presidente, uno ogni cinque.

Fra i suoi partner, il premier giapponese Shenzo Abe e campioni professionisti. Sabato scorso, Trump ha giocato due volte, una al mattino e una al pomeriggio, in due circoli diversi, creando imbarazzo persino alla Casa Bianca, che prima ammette “una o due buche”, ma poi rettifica, dopo che l’avversario di turno, Rory McIlroy, numero tre al mondo, snocciola i dettagli delle 18 buche: “Ha finito intorno agli 80. E’ un discreto giocatore, per un uomo di settant’anni”. Magari il giudizio s’applicasse pure al presidente.

Il golf è spesso stato uno sport da inquilini della Casa Bianca, da Eisenhower a Obama, che non è molto bravo, passando per Clinton e i Bush – junior, però, lo giocava solo in famiglia -. Gerald Ford faceva le sue buche ancora a novant’anni. Reagan, invece, preferiva andare a cavallo. Quel che inquieta di Trump è però la frequenza delle sortite con le mazze e la tendenza a mantenere un alone di mistero sul suo tempo libero ed a confondere pubblico e privato.

Il golf è non solo un hobby, ma anche un’attività di famiglia: il giorno della Brexit, lui inaugurava un suo resort con percorso annesso in Scozia; e due suoi figli sono appena stati nel Golfo, proprio per lanciare un campo di golf. Le iscrizioni ai suoi club, che possono anche costare 200 mila dollari l’anno, sono di molto cresciute: c’è chi spera di incontrarlo; o chi vuole semplicemente farsi bello della prestigiosa membership.

Lo scorso week-end, il presidente avrebbe organizzato un giro sull’AirForceOne per il personale (con familiari) della sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida. E il tenore di vita costoso della famiglia Trump diventa un onore per i contribuenti: i week-end in Florida, piuttosto che nella Casa Bianca dei fine settimana di Camp David, o i viaggi all’estero dei figli sono costosi per il Secret Service.

Senza contare che le aziende di Trump finiscono con il guadagnarci: sempre il Secret Service paga un milione e mezzo di dollari l’anno per affittare un piano della Trump Tower, dove la first lady Melania continua a vivere in settimana con il figlio piccolo.

La stretta sui migranti fa vittime – un suicida, fra i deportati -, il rinnovo del bando in preparazione fa discutere (“E’ contrario ai valori americani”, dice il NYT), lo scontro tra McMaster e Bannon starebbe per deflagrare. E, intanto, oltre un milione di cittadini firmano una petizione in cui chiedono al presidente di rendere nota la propria dichiarazione dei redditi, Che, incredibilmente, resta segreta: qualsiasi altro presidente non sarebbe sopravvissuto a questo riserbo; Trump ci ha addirittura costruito la sua elezione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+