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Lui vuole rifare l’America grande e imbottisce la sua Amministrazione di generali in congedo (per uno che se n’è andato, Michael Flynn, eccone uno che arriva: H.R. McMaster, consigliere per la Sicurezza nazionale di fresca nomina). Ma spesso chi è stato in prima linea, a combattere per l’America nelle sue guerre, più o meno legittime, gli si schiera contro: al senatore ed eroe John McCain e a molti altri generali ‘tante stelle’, non va a genio un ‘comandante in capo’ iracondo e impulsivo; reduci della Guerra del Golfo del ’91 e dei conflitti post 11 Settembre 2001 in Afghanistan e in Iraq vanno a dare man forte agli Sioux del Dakota, che non vogliono l’oleodotto bloccato da Obama e ripristinato da Trump sulle loro terre, e ingrossano le proteste.

E l’ostilità al presidente che serpeggia fra i militari di rango si ritrova nelle file dell’intelligence, come fra i diplomatici – centinaia di ambasciatori in pensione, ma non solo, prendono le distanze dalla nuova Amministrazione -. Nsa, Cia, Fbi e le altre agenzie di spionaggio e contro-spionaggio vivono fremiti di contestazione, che producono colpi di coda anti-Trump, come il dossier russo, sulla cui attendibilità pesano molti dubbi. Ieri, un analista della Cia, Edward Price, si è dimesso perché non poteva “servire in buona fede” la nuova Amministrazione. Altri restano, ma ‘remano contro’.

La scelta di McMaster è stata annunciata dallo stesso presidente che aveva vagliato vari candidati nel suo lungo week-end a Mar-a-Lago, in Florida. Il generale a riposo gode di credito e di rispetto nelle Forze armate: è stato in Afghanistan e contribuì a raddrizzare le sorti del conflitto in Iraq, quando le cose non giravano bene. Di lui, Trump dice: “E’ uomo di grandissimo talento e grandissima esperienza”. Keith Kellogg, che assicurava l’interim dopo le dimissioni di Flynn, sarà capo dello staff del Consiglio di Sicurezza nazionale.

Le grane da sbrogliare, per McMaster, non mancano: ci sono gli strascichi delle indagini su Flynn – è saltato fuori che, già in campagna elettorale, persone vicine al candidato futuro presidente ebbero ripetuti contati telefonici con l’intelligence russa: circostanza negata dalla Casa Bianca – e c’è una storia un po’ misteriosa raccontata da The Times di Londra. Due collaboratori di Trump, senza alcuna esperienza internazionale, avrebbero lavorato a un piano di pace tra Ucraina e Russia. La loro iniziativa da freelance della diplomazia ha fatto infuriare i responsabili ucraini, sul chi vive perché temono ‘biscotti’ tra Mosca e Washington.

In questi giorni, il Congresso è chiuso e deputati e senatori tastano il polso dei loro elettori, dopo le prime mosse di Trump presidente. Non è la politica estera al centro dell’attenzione generale, ma piuttosto i piani per la sanità, con la revoca dell’Obamacare, e la riforma del fisco. E, intanto, gli immigrati pagano con raffiche di licenziamenti lo sciopero dimostrativo di giovedì scorso, quando cercarono di fare capire agli americani come sarebbe vivere senza di loro.

Ieri, Trump ha impartito nuove misure per controllare ed espellere i clandestini – ma quelli giunti  negli Usa bambini saranno tutelati – e ha deciso l’assunzione di 10 mila nuovi agenti di frontiera. Quasi pronta pure la revoca di norme contro l’effetto serra.

Lunedì, nel President’s Day, una festa federale, le manifestazioni di protesta si sono rinnovate e moltiplicate in decine di città, da New York a Chicago, da Washington a Los Angeles, da Atlanta a Portland, tutte con lo slogan ‘Not My President’. Erano a migliaia a Manhattan a sfilare intorno a Central Park e diverse centinaia altrove. Nel centro di Portland, in Oregon, la stampa locale riferisce di momenti di tensione e tafferugli tra un gruppo di dimostranti e le forze dell’ordine. Michael Moore, regista della protesta, lancia il calendario della resistenza: una guida cioè a tutte le manifestazioni anti-Trump nel Mondo.

Un siluro al presidente arriva da Bruxelles: il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ribadisce, in un’intervista all’Ansa, il giudizio negativo dell’Assemblea su Ted Malloch, ambasciatore designato gli Usa presso l’Ue. Prima ancora di arrivare, Malloch ha già sparato raffiche di critiche sull’euro, sulla Germania e sull’Unione, mostrando modestissime doti diplomatiche.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+