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Al tempo degli ‘indiani metropolitani’ degli Anni Settanta, lo avrebbe seppellito una risata. Adesso, gli internauti del Terzo Millennio ci provano con l’ironia: dopo che Donald Trump s’è inventato, in chiave anti-migranti e anti-Islam, un attacco terroristico in Svezia, i social media si sono scatenati, creando hashtag subito virali come #Swedenattack,  #jesuisIkea, #PrayforAbba, testimoniando così solidarietà al Paese (non) colpito, al gigante dei mobili componibili o al gruppo pop di successi tipo – tanto per stare in tema- Mamma Mia e SOS.

C’è chi pubblica il foglio delle istruzioni per montare la celebre libreria Billy, “ecco com’è stato pianificato l’attentato in Svezia”; o video in cui clienti di Ikea disperati tentano invano di montare un mobile, “In Svezia accadono tragedie di cui nessuno vuole parlare…”. Un fotomontaggio mostra il presidente Usa con un catalogo di Ikea in mano mentre “si aggiorna sulle notizie dalla Svezia”.

Ammettere di avere sbagliato? Trump non ci pensa proprio: più le spara grosse, più rincara la dose. Tanto i suoi sostenitori mica badano a radio e tv e giornaloni che raccontano solo ‘fake news’: “Date respiro all’opinione pubblica. I ‘fake news media’ stanno tentando di dire che l’immigrazione su larga scala in Svezia sta funzionando bene. Non è così”, twitta il presidente, girando la frittata delle sue dichiarazioni su un presunto attacco terroristico – mai avvenuto – in Svezia.

Facendo un comizio sabato in Florida, e citando attacchi integralisti in Europa, Trump aveva detto: “Guardate che cos’è successo l’altra notte il Svezia”. Dove, però, non era successo nulla: l’ex premier Carl Bildt dice che il presidente “era fumato”, l’ambasciata di Stoccolma a Washington chiede spiegazioni – genere “Sapete qualcosa che noi non sappiamo?” -. E la Casa Bianca racconta che il presidente aveva visto, magari distrattamente, un programma della Fox News su rifugiati e criminalità in Svezia.

Insomma, Trump ha creato un nuovo “fatto alternativo”, cioè mai avvenuto. Proprio come la bufala del “massacro di Bowling Green” di cui i ‘fake news media’ non hanno mai parlato (semplicemente perché non c’è mai stato) e che Kellyanne Conway, consigliere del presidente, citava per motivare il bando anti-Islam, poi cassato dalle corti federali, ma che l’Amministrazione s’appresta a riproporre.

Nell’Unione, cresce la protesta: anche le persone di scienza ne progettano una domani, mentre Barack Obama diffonde una sorta di ‘manuale della contestazione’. Fra i democratici, c’è sconcerto e apprensione; fra i repubblicani, malessere e imbarazzo. Il senatore John McCain evoca lo spettro della dittatura ed esprime “preoccupazione” per quel ‘comandante-in-capo’ che improvvisa e agisce d’impulso. Un gruppo in California prepara la secessione: chi di Brexit ferisce, di Calexit potrebbe perire.

C’è chi parla di impeachment, che è l’istituto giuridico previsto dalla Costituzione per rimuovere il presidente, o il suo vice, o altri responsabili federali in caso di tradimento, corruzione o altri crimini – nel 1998 Bill Clinton finì sotto procedura per avere mentito sulla natura delle sue relazioni con la stagista Monica Lewinsky -.

L’impeachment è promosso dalla Camera, investita della funzione di discutere i presupposti dell’accusa ed eventualmente contestarla, con voto a maggioranza semplice. Il ruolo di giudice spetta al Senato, con voto a maggioranza dei due terzi. Se è il presidente a essere sottoposto al procedimento, presiede il Senato il presidente della Corte Suprema.

Ma non siamo ancora a questo punto: se mai vi arriveremo, altri “fatti alternativi” dovranno passare sul Potomac sotto i ponti di Washington. Trump e i suoi sono refrattari alle critiche: anzi, cacciano chi li critica. Come Creag Deare, responsabile per gli Affari nell’Emisfero occidentale nel Consiglio per la Sicurezza nazionale: in una tavola rotonda a porte chiuse, Deare, ex ufficiale dell’intelligence dell’Esercito, muove critiche all’Amministrazione e ne viene estromesso.

Mentre il presidente prepara il nuovo bando e cerca il sostituto del dimissionario Michael Flynn, Mike Pence, il suo vice, vede a Bruxelles i leader dell’Ue, fra cui Federica Mogherini, e snocciola la litania d’assicurazioni che smentiscono Trump, “impegno a cooperare con l’Ue”, “la Nato non è obsoleta”, la Russia “è responsabile delle tensioni in Ucraina” – e da Mosca parte l’accusa agli Usa di spiare l’ambasciata a Washington -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+