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Usa: Mark l’antipatico di Facebook sfida Donald il twittatore

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/02/2017

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Su Twitter, sarà un bel match. Ma su Facebook, non ci sarà partita: la corsa alla Casa Bianca 2020 potrebbe vedere l’un contro l’altro il ‘twittatore in capo’, Donald Trump, e l’ideatore di Facebook, Mark Zuckerbeg. Che smentisce l’intenzione di candidarsi, ma si comporta da candidato, oltre che da imprenditore assediato dalle critiche e dalle accuse d’assecondare gli untori delle ‘fake news’.

Quello della candidatura di Zuckerberg è un fiume carsico, nato dopo l’Election Day e la sconfitta di Hillary Clinton: andrà avanti così, tra segnali di fumo e smentite, almeno fino a dopo le elezioni di midterm nel novembre 2018. Perché poi, se vorrà fare sul serio, Mark tra l’inverno e la primavera del 2019 dovrà mettere le carte in tavola e dichiararsi.

Come un talent televisivo, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno bisogno di personaggi che facciano spettacolo: pensate che partita, il candidato – e ora il presidente – più cialtrone contro quello più antipatico di sempre, ché Mark avrà tante doti, ma l’empatia gli fa difetto. Manca solo che arrivi il candidato più piacione di sempre, George Clooney, che non è affatto impossibile, e abbiamo servito un tris da sogno. Idee?, programmi?, schieramenti?, che noia!, prima lo show.

E se Zuckerberg pubblica, naturalmente sulla sua pagina Facebook, un manifesto in cui risponde alle polemiche, difende la globalizzazione (che Trump attacca) e parla di sicurezza, ‘fake news’, inclusione e impegno civile, il gran capo di Twitter Jack Dorsey non resta in disparte e dice la sua sulla politica, paragonando gli Stati Uniti al mondo islamico delle Primavere arabe del 2011, quando c’era grande fermento e poca chiarezza e il sito di micro-blogging veicolava ansie e speranze.

Il discorso di Dorsey ha finalità commerciali, è più marketing che politica. Parla a San Francisco e dice: “E’ sorprendente vedere come Twitter sia utilizzato per avere una conversazione sul governo, con il governo”. Twitter – aggiunge Dorsey – “è al centro delle conversazioni più importanti” ed “è il posto migliore per avere un senso di quello che sta succedendo nel mondo” – senz’altro, di quello che pensa e s’appresta a fare Trump -.

Le oltre seimila parole del manifesto dell’ancor giovane miliardario hanno, invece, ritmo e respiro d’un discorso da futuro presidente degli Stati Uniti, nonostante Mark abbia esplicitamente smentito ambizioni politiche. Mark ha solo 33 anni: se fosse eletto nel 2020, diventerebbe il più giovane presidente Usa, battendo John Kennedy, che arrivò alla Casa Bianca a 43 anni.

Trump e la Brexit non sono mai nominati direttamente. Ma il documento del fondatore di Facebook è tutto un inno dagki echi francescani “all’unità degli esseri umani contro le divisioni”, “al valore della comunità contro la polarizzazione” e “all’uguaglianza contro il divario sociale”. Concetti politicamente generici, con un punto ben chiaro: Facebook è il faro che ci guida, non è la luce che ci abbaglia: i suoi 1,8 miliardi di amici sanno dove sta il porto.

Una difesa, più che un attacco: Facebook è stato spesso criticato per la diffusione e l’amplificazione di ‘fake news’. Zuckerberg si dichiara “preoccupato per il sensazionalismo dei media” e promette che farà di tutto per mettervi argine – ad esempio, chi vuole condividere un articolo o una notizia nell’area News Feed dovrà prima averla letta -. E altre modifiche sono state di recente apportate, contro le bufale e le derive razziste della rete.

Contrariamente a Trump, Mark non si mette contro i media: elogia l’importanza dell’”accuratezza dell’informazione” e di un’industria “forte”, che continui ad analizzare le notizie. Un’industria, però, in crisi proprio perché Facebook e Google le hanno soffiato introiti pubblicitari, dopo essersi impadroniti della sua merce, appunto le notizie.

“Facebook – scrive Zuckerberg – esiste per farci essere più vicini e costruire una comunità globale. Quando abbiamo cominciato, quest’idea non era controversa. Adesso, in tutto il mondo ci sono popoli lasciati indietro dalla globalizzazioni e gente che vuole ritirarsi dalla connessione globale”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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