CONDIVIDI
U.S. President Donald Trump (2ndR) and first lady Melania Trump greet Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and his wife Sara (L) as they arrive at the South Portico of the White House in Washington, U.S., February 15, 2017. REUTERS/Kevin Lamarque

I nodi russi vengono al pettine Usa: era inevitabile che l’Amministrazione statunitense più filo-russa della storia per personalità e interessi suscitasse diffidenze e ostilità nell’intelligence e la inducesse a uno screening particolarmente diligente di incontri e telefonate; forse, non era prevedibile che subisse così presto perdite, causa – nella migliore delle ipotesi – imprudenza (e, nella peggiore, impudenza).

Trump valuta le prossime mosse: nominare il sostituto del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, dimissionario dopo essere stato ‘beccato’ a parlare anzitempo della levata delle sanzioni con diplomatici russi  – Robert Harward, un commando in congedo, è il nome più citato nelle ultime ore, accanto a quello del generale in congedo David Petraeus -; e contenere l’ondata che monta di critiche, scaricandola in parte sul vice Mike Pence (che si scansa: lui sapeva, ammette, ma la Casa Bianca aveva saputo due settimane prima).

Il clima in Congresso è teso: anche fra i repubblicani, c’è chi bofonchia. Il senatore John McCain, parlando alla Cnn, denuncia “disfunzioni” alla Casa Bianca: “Non c’è nessuno al timone”, dice l’eroe di guerra che non tifa Trump.

Tra le polemiche, la vita a Washington continua. Il presidente e la first lady Melania ricevevano, ieri, il premier israeliano Benyamin Netanyahu e la moglie Sara: è una visita cruciale per i rapporti tra i due Paesi, fortemente deterioratisi durante la presidenza Obama.

Trump e Netanyahu, che paiono intendersi bene, hanno un incontro e un pranzo di lavoro e fanno una conferenza stampa congiunta. Trump afferma che l’alleanza con Israele è indistruttibile, non scarta la soluzione dei due Stati, ma sottolinea che non è l’unica possibile, ed evoca la necessità di compromessi perché “l’importante è la pace”. Netanyahu s’aspettava forse qualcosa di più, ma abbozza.

Il Senato, intanto, prosegue l’azione di smantellamento del lascito di Obama, allentando la stretta sulle armi e dando via libera alle norma già approvata dalla Camera che abolisce i controlli all’acquisto da parte di persone con disturbi mentali. La prossima strage è più vicina: non ci sarà bisogno d’attendere un terrorista in missione.

La polemica russa si articola su vari fronti: la ‘banda di Mosca’ che gestisce l’Unione; i conflitti d’interesse del presidente; gli hacker e i rapporti personali con Putin (e la sensazione che il russo stia tenendosi in mano carte che stava per mettere in tavola, dalla Crimea a Snowden). Trump la vive nervosamente: in conferenza stampa, non risponde alle domande.

Della sua squadra, Trump ha fatto una sorta di ‘club degli amici di Mosca’: Flynn a parte, che ormai ne è fuori, figure chiave, come i segretari di Stato Tillerson – che oggi vede a Bonn al G20 il russo Lavrov, al Tesoro Mnuchin e al Commercio Ross hanno tutti avuto, nella loro vita professionale, frequentazioni moscovite.

I conflitti d’interesse del presidente, messi in evidenza da un dossier dell’intelligence ancora sotto esame, riguardano gli affari fatti e soprattutto tentati in Russia: erodono la sua immagine, anche se non intaccano ancora la sua popolarità presso il suo popolo.

E poi ci sono gli echi delle polemiche elettorali, legate agli hackers, che penalizzavano Hillary e quindi favorivano Trump, e all’atteggiamento di Putin, che dava l’impressione di aspettare proprio il magnate per migliorare le relazioni Usa-Russia.

Adesso, però, il caso Flynn e l’attenzione dell’intelligence hanno un po’ scoperto il gioco. E Putin si tiene le carte in mano, la Crimea che “è e resterà russa” e Snowden che resta a Mosca; mentre Trump tiene in piedi le sanzioni, perché ora allentarle non si può.

La sensazione è che quanto successo imponga un colpo di freno al ravvicinamento tra Washington e Mosca. Trump sta pure diluendo l suo aceto anti-Ue e anti-Nato, spedendo in Europa come emissari il segretario alla Difesa Mattis – ieri a Bruxelles – e il suo vice Pence – che sarà a Bruxelles lunedì 20 -.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+