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The Telegraph sostiene che c’è “del metodo dietro la pazzia di Donald Trump”, così che l’eterodosso presidente degli Stati Uniti riesce sempre a essere un passo avanti ai suoi critici. Prendiamo, ad esempio, la vicenda del bando all’ingresso nell’Unione da sette Paesi musulmani e dei rifugiati, respinto a due riprese dalle Corti federali: tutti davano per scontato che l’Amministrazione sarebbe ricorsa in appello alla Corte Suprema, e magari, a conti fatti, lo farà pure; ma, intanto, Trump gioca in contropiede, annuncia un nuovo bando che presti meno il fianco ai rilievi legali e attua retate e deportazioni di immigrati, specie messicani, con la fedina penale sporca.

A tre settimane dall’insediamento di Donald, Washington è tutta una girandola di commenti e ipotesi. Giornalisti e vecchie volpi della politica devono ancora rendersi conto di quel che sta succedendo, a cominciare dal cambiamento di orari che turba, per ora, soprattutto i media europei: con Obama, e ancora prima con Bush jr, tutto o quasi succedeva la mattina; con Trump, tutto o quasi succede la sera tardi o a notte fonda e le notizie si rincorrono da noi con un giorno di ritardo.

Lo sconcerto è condiviso da partner e alleati. “Ci sono da affrontare nuovi approcci internazionali aggressivi, ma non necessariamente negativi, espressi da Trump e da Putin”, sostiene il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano a Madrid, intervenendo al Congresso dei popolari spagnoli. E non a caso il libro in testa alle vendite di Amazon nell’ ancor breve ‘era Trump’ alla Casa Bianca è l’inquietante ‘1984’ di George Orwell.

Per un tweet, Hillary batte Donald

Dopo il no al bando della Corte d’Appello federale di San Francisco, per una volta il tweet migliore è stato quello di Hillary Clinton: 3 a 0; e palla – forse – alla Corte Suprema. I tre giudici della Corte d’Appello – due democratici e un repubblicano – sono stati unanimi: gli avvocati del segretariato alla Giustizia non hanno dimostrato che il bando serviva a sventare un pericolo incombente.

La Corte Suprema, cui spetta l’ultima parola, è incompleta: ha otto giudici, quattro conservatori e quattro progressisti, mentre il nono, appena designato da Trump, Neil Gosuch, non è stato ancora confermato dal Congresso – e non lo sarà in tempo utile -. E’ dunque possibile che la Corte si trovi in stallo, 4 a 4. Se così fosse, resterebbe valido il verdetto di San Francisco.

Il presidente dice di non crederci, mette in guardia i giudici avvilendo persino Gosuch, ritiene “politica” la sentenza e assicura che, alla prossima, vincerà a mani basse. Ma il rischio di smacco alla Corte Suprema c’è; e, allora, in viaggio per la Florida, dove va a giocare a golf con il premier giapponese Shinzo Abe, cambia tattica e annuncia il nuovo bando.

Sconfitte in Corte, vittorie in Senato

E’ tutto un ribollire di decisioni e di polemiche. Ma l’agenda, per ora, la fissa sempre lui: i tweet della notte chiudono la giornata appena trascorsa e segnano la successiva. Il ‘twittatore in capo’ vorrebbe anche impedire alle Agenzie federali di inviare aggiornamenti sui social o ai media, così da polarizzare l’attenzione su di sé: i suoi followers aumentano e l’intenso dibattito su fake news e post verità lo vede, inverosimilmente, nei panni dell’accusatore più che sul banco degli imputati, dove finiscono volta a volta i media, i suoi nemici – a partire dal miliardario George Soros – e i suoi potenziali rivali, come Mark Zuckerberg, che però smentisce le ambizioni presidenziali.

Se perde in Corte, Trump vince in Senato. Uno a uno, magari per il rotto della cuffia, i suoi ministri vengono sdoganati: Betsy DeVos, la miliardaria filantropa designata all’Istruzione, ma poco incline alla scuola pubblica, se la cava con il voto decisivo del vice-presidente Mike Pence, perché due senatori repubblicani le votano contro e finisce 50 a 50.

Incognite e contraddizioni di politica estera

Dopo tante telefonate difficili o addirittura burrascose con gli interlocutori internazionali – peggiore di tutte quella con il premier australiano Malcolm Turnbull, cui mette giù la cornetta -,Trump riesce a fare una telefonata ‘educata’ col presidente cinese Xi Jinping: lo rassicura che per gli Usa c’è una sola Cina – dopo le tensioni suscitate dai suoi primi approcci con Taiwan, l’ ‘altra Cina’-.

Sono giorni intensi di politica estera: dopo le visite del giapponese Abe e di Federica Mogherini, che vede il neo-segretario di Stato Rex Tillerson, sta per arrivare l’israeliano Benyamin Netanyahu, con cui forse Trump scioglierà l’incognita dello spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme – sì o no -.

La Carnegie Foundation s’interroga se il presidente magnate può salvare la politica estera Usa, nell’era delle fake news e della Brexit. Il quadro è denso di cautele altrui e contraddizioni di Trump: Mosca è ben disposta, ma il Cremlino “non si fa illusioni sui miglioramento dei rapporti”; Pechino incassa le rassicurazioni, ma denuncia in un durissimo editoriale del Quotidiano del Popolo “l’ignoranza totale” sulla Cina della nuova Amministrazione; Teheran, colpita dal bando, reagisce ‘occhio per occhio, dente per dente’ e testa missili nel Golfo; i talebani giocano la carta dell’isolazionismo e invitano gli americani ad andarsene dall’Afghanistan (“Che vi serve stare qui?”); con Messico e Canada, oltre che Australia, va malissimo; invece, gli uomini forti al-Sisi ed Erdogan aspettano solo d’essere chiamati a Washington.

Il bando fa danni anche fra alleati più o meno presunti e affidabili. Lo Yemen revoca agli Usa l’autorizzazione a compiere missioni antiterrorismo sul proprio territorio con forze speciali, ufficialmente perché il primo raid ordinato dal presidente magnate ha ucciso diversi civili, tra cui alcuni bambini – nell’azione, morì pure un militare americano -. Nonostante le immagini orribili delle piccole vittime, la Casa Bianca continua a definire il raid “un successo”. Per quel che conta, nel Paese in preda a una guerra civile, la decisione delle autorità yemenite è un elemento di disturbo rispetto alla volontà di Trump d’essere più efficace contro il terrorismo integralista di al-Qaida, che alberga ancora nello Yemen, e del sedicente Stato islamico.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+