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L’attesa del verdetto sul bando da parte dei giudici della Corte d’Appello di San Francisco, che si protrae dall’inizio della settimana, congela il presidente Donald Trump, divenuto meno esuberante d’ iniziative, anche se ieri ha firmato tre ordini esecutivi tutti ‘legge & ordine’. Ma i tweet preventivi anti-magistratura del presidente “demoralizzano” e “avviliscono” il giudice Neil Gorsuch, appena designato alla Corte Suprema e in attesa di conferma dal Congresso.

Risultano indigeste, a Gorsuch, le accuse di Trump ai giudici di San Francisco che devono pronunciarsi sul divieto d’ingresso nell’Unione da sette Paesi musulmani e sul blocco dei rifugiati: per Trump, quei magistrati sono “troppo politicizzati”. Ci penserà il nuovo ministro della Giustizia Jeff Sessions, la cui nomina è stata ratificata dal Senato 52 a 47, repubblicani contro democratici e un assente, a metterli in riga.

Come in aula ha fatto il capo della maggioranza Mitch McConnell con la senatrice democratica Elizabeth Warren, cui è stato impedito, applicando un codicillo mai utilizzato del regolamento, di leggere una lettera della vedova di Martin Luther King, Coretta, che accusava di razzismo Sessions.

L’avere tacitato l’ostinata Warren, icona liberal e radicale, la donna che restituì ai democratici il seggio del Massachussetts che era stato per quasi 60 anni dei Kennedy, potrebbe però rivelarsi un boomerang per i repubblicani, facendone la leader dell’opposizione e proiettandola fin d’ora verso la Casa Bianca nel 2020, con l’handicap dell’età: è del ’49 e, se si candidasse fra quattro anni, sarebbe la più anziana aspirante di tutti i tempi a un primo mandato.

Ma non siamo ancora lì. Siamo piuttosto qui ad attendere il verdetto della Corte d’Appello, che non è scontato sia contrario al team Trump. Davide De Lungo, cultore di diritto costituzionale degli Stati Uniti, spiega, su AffarInternazionali.it e a Il Fatto, che l’ordinanza presidenziale è stata formulata in modo accorto, nel rispetto della Costituzione e della legge del 1952 (Immigration and Nationality Act) cui si richiama.

Secondo lo studioso, per come è costruita, la misura non viola i principi d’uguaglianza e di non discriminazione e non prevarica i poteri del presidente: “I nodi sono principalmente due – dice De Lungo -: la compatibilità dell’executive order di Trump con la legislazione in materia d’immigrazione; e la conformità dei suoi contenuti al XIV emendamento, che assicura ad ogni persona uguale protezione di fronte alla legge”.

Il giudizio in merito della Corte Suprema, che sarà quasi certamente chiamata ad esprimersi, dopo il verdetto della Corte d’Appello, inciderà sui rapporti tra poteri esecutivo, legislativo e giudiziario degli Stati Uniti, “contribuendo almeno in parte a ridefinire gli equilibri” dell’assetto costituzionale. Resta da vedere che cosa ne pensano i giudici di San Francisco, che sono quelli che contano al momento.

Se l’attesa rende meno produttive le giornate di Trump, non le rende meno frizzanti. Polemiche con i Sioux, che promettono “resistenza a oltranza” contro l’oleodotto del Dakota, i cui lavori, bloccati dal presidente Obama, sono ripresi; e con il senatore John McCain, vecchio nemico, per quanto repubblicano, che giudica un fallimento le operazioni anti-terrorismo nello Yemen (il cui governo ha revocato agli Usa l’autorizzazione a fare azioni militari sul suo territorio) . La prossima mossa? Una riforma fiscale “fenomenale”, entro fine mese.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+