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African migrants sit on the floor at a Libyan Navy base to where they were brought after they were rescued from a boat trying to cross the Mediterranean into Europe, in Tripoli, Libya, 05 May 2015. Some 115 migrants were saved from a sinking raft when their boat sank in the Libyan waters. At least 10 migrants died off Libya as they tried to cross the Mediterranean, the Italian coastguard said on 03 May 2015 amid news that more than 4,200 migrants were rescued by European ships in several operations. ANSA/STR

Ne hanno di coraggio, ma soprattutto di sfrontatezza, i leader europei, quando si tratta di trovare partner cui scaricare la patata bollente di migranti e rifugiati: va bene tutto, la Turchia dell’onnipossente Erdogan, che, con il pretesto di combattere il terrorismo, reprime l’opposizione e viola i diritti umani e civili del suo popolo; e pure la Libia dell’inane al-Serraj, premier per volere della comunità internazionale, ma non del popolo libico, che cerca di puntellare la sua traballante autorità impegnandosi a impedire ai barconi di lasciare le coste del suo Paese.

C’è il placet dell’Unione sull’intesa con la Libia per frenare il flusso dei migranti nel Mediterraneo: si vuole chiudere la ‘via del mare’ dopo avere chiuso, con l’accordo con la Turchia, l’ ‘autostrada dei Balcani’. Peccato che il cerbero turco sia Erdogan, l’uomo forte che, tra un attentato e l’altro, ha in pugno la situazione nel Paese; mentre il cerbero libico è al-Serraj, che non controlla quasi nulla, neppure la capitale Tripoli. Il funzionamento dell’intesa resta, dunque, da verificare (specie dopo che il Parlamento di Tobruk, alter ego del governo al-Serraj, ha successivamente votato contro l’accordo, ndr)

Migranti: ambiguità e reticenze europee

Riuniti a Malta, i leader dei 28, però, fanno tutti finta che vada bene così, con buona pace dei diritti umani e civili di quei poveri diavoli che vorrebbero fuggire dalla guerra e dalla miseria. Il Vertice che è informale non dà il brivido di un litigio. Ma dal testo della dichiarazione sull’immigrazione sparisce il riferimento alla riforma del sistema di asilo europeo e cioè del regolamento di Dublino.

Nella bozza della Dichiarazione di Malta, la riforma figurava tra le cose da fare per “sviluppare ulteriormente la politica migratoria europea”: i leader dei 28 s’impegnavano a continuare a lavorare sul problema dei rimpatri “durante i negoziati sul sistema di asilo comune europeo”. In sostanza, non cambia nulla: da dicembre, c’è un impegno a decidere sulla riforma dell’asilo entro giugno. Ma il rifiuto di evocare il tema indica come le sensibilità e le ambiguità sulla questione restino elevate.

Dato l’avallo europeo all’intesa italo-libica e ribadita l’intenzione di rafforzare la cooperazione con i Paesi africani da cui partono i migranti, i capi di Stato o di governo dei Paesi dell’Ue si sono concessi un pranzo nella baia della Valletta, a bordo d’un due alberi d’epoca, come bravi gitanti. A tavola, però, c’era un convitato di pietra: non un migrante o un rifugiato, ma Donald Trump. Tirando le somme del consulto, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che aveva pubblicamente ammesso la “preoccupazione” dell’Unione, s’è mostrato positivo: “L’unica vera minaccia è che non siamo uniti di fronte alle sfide” che l’insediamento di Trump alla presidenza comporta. Per verificare la tenuta dell’unità europea, l’appuntamento è a Roma il 25 marzo, quando si celebrerà il 60° anniversario della firma nel 1957 dei Trattati europei.

Il ritorno dell’Italia non piace a molti

Fra sei settimane, si avrà pure un’idea del funzionamento dell’accordo con la Libia. Dopo che l’Italia ha riaperto l’ambasciata a Tripoli, martedì 10 gennaio, molte cose sono andate storte: c’è stato un colpo di Stato bufala – non è il primo – dell’ex premier islamista Khalifa Ghwell; quindi, una presa di posizione anti-italiana del governo di Trobruk, quello ‘legittimo’ prima che l’Onu appoggiasse l’esecutivo di concordia nazionale di al-Serraj; infine, un maldestro attentato nei pressi dalla rappresentanza diplomatica italiana – due le vittime, i terroristi -, dopo che erano circolati a Tripoli volantini contro la riapertura dell’ambasciata (vi si convocava una manifestazione, che non ha però lasciato tracce in cronaca).

Si direbbe che nel Paese sia in corso un rimescolamento d’alleanze e di rapporti di forza, fors’anche nell’ipotesi che Trump accentui il distacco degli Usa dalla Regione. Per Arturo Varvelli, l’esperto di Libia dell’Ispi, è in atto un tentativo di “coagulare il malcontento contro il governo” di al-Serraj, che “ha difficoltà non solo a controllare l’intero Paese ma anche Tripoli”. I motivi del malcontento sono le difficoltà del “vivere quotidiano” nella stessa capitale: “Da settimane si registrano blackout anche di 24 ore. Ci sono inoltre problemi con la raccolta dei rifiuti e con la disponibilità di contanti nelle banche”.

Se Varvelli non vede nessi tra il tentato golpe e la riapertura dell’ambasciata, le autorità di Tobruk, che non riconoscono il premier al-Serraj, la giudicano una “nuova occupazione”. Secondo il sito ‘The Libya Observer’, il ministero degli Esteri del governo guidato da Abdullah al-Thani ha inviato una “nota diplomatica urgente” a tutte le ambasciate ed i consolati libici all’estero, per informarli “del ritorno militare dell’ambasciata italiana” a Tripoli, prendendo a pretesto i movimenti d’un’unità militare italiana, la San Giorgio, nelle acque territoriali libiche – concordati a scopo d’addestramento libico con l’esecutivo al-Serraj -.

Rimescolamento di alleanze fra milizie

Il governo di al-Thani, che gode dell’appoggio dell’Egitto e ha buoni rapporti la Francia, fa capo al generale Khalifa Haftar, uomo potente e interlocutore privilegiato della Russia (di recente è stato ospite su una portaerei russa nel Mediterraneo, l’ ‘Ammiraglio Kuznetsov’). Le forze di Haftar stanno riprendendo il controllo di Bengasi e consolidando così l’autorità di Tobruk sulla Cirenaica. Per le fonti italiane, l’esecutivo di al-Thani non è un’ “entità riconosciuta” e mira solo a creare tensioni. E pare da escludersi una convergenza tra Tobruk e gli islamisti di Ghwell, “anche se – avverte Varvelli – le alleanze in Libia sono molto variabili” e i nemici di ieri possono essere gli amici di oggi.

Roberto Aliboni, dello IAI, uno dei massimi esperti di Libia italiani, ritiene che i recenti movimenti delle milizie libiche di diversa obbedienza “attestano il rafforzamento militare di Haftar, grazie all’appoggio crescente che riceve da Egitto e Russia, e la sua espansione sul territorio; e costituiscono per l’area politica centrista e moderata che ha fulcro a Misurata una non trascurabile minaccia logistica e militare”, tanto più che le forze della città hanno subito nel tempo perdite e sono attualmente troppo allungate e frammentate sul terreno.

Sentendosi in pericolo, Misurata potrebbe decidere di riaprire il conflitto civile. E gli islamisti sperano che i centristi e i moderati, che finora appoggiano al-Serraj, si alleino di nuovo con loro, contro Haftar. “Sqrebbe – dice Aliboni – un’alleanza tattica, ma, come si è visto in Siria, di tali alleanze tattiche è lastricato il fallimento politico dei moderati. Il rischio d’una polarizzazione e d’uno scontro militare in Libia non va sottovalutato”.

Il fallimento dell’Accordo di Skhirat

Se le tendenze al cambiamento e al rovesciamento degli equilibri militari esistono in Libia, è perché – spiega Aliboni – l’Accordo di Skhirat e il governo di al-Sarraj che ne scaturì hanno largamente fallito. “Per evitare la ricaduta della Libia nella guerra civile, occorre rinegoziare l’Accordo e integrare in esso le forze che se ne sono sentite o ne sono state escluse”. Il rinegoziato è già in corso nel quadro Onu: un’ipotesi complessiva è emersa nella conferenza organizzata il 13-14 dicembre 2016 al Cairo con la partecipazione essenzialmente di esponenti delle opposizioni; e Martin Kobler, il mediatore dell’Onu in Libia, l’ha apprezzata.

L’accordo è però problematico perché Haftar ha acquisito un margine di prevalenza militare e crede di poter vincere. Ma, benché indebolita, Misurata resta per Haftar un rivale militare di primo piano. C’è una mediazione autorevole che possa portare i libici a un solido accordo politico che l’Onu fatica a promuovere? Autorevoli commentatori suggeriscono d’aspettare che il presidente Trump nomini un suo inviato speciale in Libia, che potrebbe essere Phillip Escaravage, buon conoscitore del Paese nord-africano.

Dal punto di vista europeo, e italiano, siamo al cane che si morde la coda: ci affidiamo ad al-Serraj per gestire i migranti, ma aspettiamo di vedere se Trump lo sosterrà o se ne sbarazzerà. Aliboni osserva: “Forse, stabilizzare la Libia conviene agli Usa. Ma gli obiettivi di Trump potrebbero divergere significativamente dagli interessi europei”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+