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California Senate President pro tem Kevin de Leon speaks to reporters after Gov. Jerry Brown's historic fourth inauguration at the State Capitol in Sacramento, California on January 5, 2015. REUTERS/Max Whittaker/File Photo

Finirà sicuramente di fronte alla Corte Suprema il braccio di ferro legale tra almeno 18 Stati dell’Unione e il presidente Trump sul bando per tre mesi degli ingressi negli Usa da sette Paesi islamici e sullo stop per quattro mesi a tutti i rifugiati.

E la Corte Suprema potrebbe trovarsi in stallo, divisa quattro a quattro e, quindi, nell’impossibilità di pronunciarsi, perché il Congresso non ha ancora ratificato la nomina del nono giudice appena designato da Trump, Neil Gorsuch. Se la massima magistratura dovesse scoprirsi paralizzata, resterebbe in vigore la decisione della Corte d’Appello federale, quale che essa sia.

Le parti in causa sono tutte intenzionate ad adire alla Corte Suprema, se i giudici di San Francisco, riuniti nella notte, daranno loro torto. La Corte d’Appello federale, che aveva respinto sabato l’istanza d’urgenza della Casa Bianca e che aveva chiesto alle parti di produrre entro lunedì documentazione supplementare, deve stabilire se confermare il blocco del bando decretato venerdì da un giudice federale di Seattle, nello Stato di Washington, o se accogliere la richiesta dell’Amministrazione di ripristinarlo.

Contro il bando, ci sono18 Stati, fra cui quello di New York e la California, che sono andati man mano ad aggiungersi allo Stato di Washington e al Minnesota, iniziatori della vertenza; e ci sono almeno 97 aziende hi-tech, fra cui Apple, Airbnb, Google, Twitter e Uber e Twitter, che presentano memorie alla Corte e denunciano il bando come illegittimo. Fra i ricorrenti, vi sono inoltre centinaia di docenti universitari e ricercatori e una decina di ex segretari di Stato ed ex responsabili dell’intelligence.

Gli avvocati dell’Amministrazione battono sul tasto della sicurezza. Trump ha già chiarito come la pensa: se dopo lo stop al bando dovesse capitare qualcosa negli Usa, la colpa sarà dei giudici.

La Corte d’Appello deve stabilire, in particolare, se il presidente ha travalicato la sua autorità, violando il primo emendamento della Costituzione statunitense e la legge sull’immigrazione.

Per i suoi legali, il bando “è legale e rientra nell’esercizio dei poteri attribuiti al presidente per quel che riguarda l’ingresso di stranieri negli Usa e l’ammissione dei rifugiati”. Inoltre è “sbagliato” – si legge nella memoria difensiva -sostenere che il provvedimento prende di mira i musulmani: serve a proteggere i cittadini americani da possibili minacce.

Nel Paese, proteste e contestazioni non accennano a placarsi: donne e neri ne sono i principali, ma non esclusivi, protagonisti. E l’attaccante dei Patriots Martellus Bennett, simpatizzante di Black Lives Matter conferma: non andrà alla Casa Bianca, alla festa per il SuperBowl. Fanno pure discutere i legami tra il suprematista Bannon, consigliere di Trump, e forze vaticane anti-Francesco.

La giornata del giudizio della Corte d’Appello di San Francisco s’era aperta bene, sulla Costa Est, per il presidente Trump: Betsy DeVos, la miliardaria filantropa cui ha affidato l’istruzione pubblica, ha passato per il rotto della cuffia l’esame d’ammissione al governo. Il Senato s’è spaccato, 50 pari, con due repubblicani che le hanno votato contro; decisivo il sì del vice-presidente Mike Pence, che presiede l’assemblea. La DeVos, una sostenitrice della scuola privata, sarebbe stata il primo ministro bocciato dal Senato da 28 anni a questa parte: la sua audizione in commissione aveva alimentato dubbi e perplessità sulla sua competenza. Ora, a rischio resta il segretario al Lavoro Andrew F. Puzder, che ha ammesso d’avere assunto per i lavori domestici un immigrato illegale.

Affiorano, intanto, tensioni tra Washington e Mosca: la Russia non ha gradito la disinvoltura con cui Trump ha praticamente ammesso in un’intervista televisiva che Putin sia un assassino (“Perché?, noi siamo tutti innocenti?”) e non condivide le accuse di terrorismo mosse all’Iran. Le polemiche con la Germania e con l’euro sono, invece, ormai pane quotidiano per Trump e, soprattutto, i suoi consiglieri.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+