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Feb 5, 2017; Houston, TX, USA; New England Patriots running back James White (28) scores the winning touchdown against Atlanta Falcons free safety Ricardo Allen (37) and cornerback Robert Alford (23) and cornerback Jalen Collins (32) in overtime during Super Bowl LI at NRG Stadium. Mandatory Credit: Richard Mackson-USA TODAY Sports

Trump vince il SuperBowl, ma perde nelle aule di Giustizia. E il presidente starebbe rimurginando se cambiare tattica, per non restare prigioniero del proprio personaggio: Donald il decisionista che fa e disfa – è l’impressione – senza valutare l’impatto delle sue decisioni; e, a volte, senza sapere bene che cosa firma, insinua il New York Times, che non gli è amico.

In un week-end di batoste legali per l’Amministrazione Trump, che non riesce a reimporre il bando sull’ingresso negli Usa da sette Paesi islamici, il successo dei Patriots nel SuperBowl, cioè la finale del campionato di football americano, è balsamo sull’ego ferito del presidente magnate: i Patriots, favoriti, s’impongono dopo essere stati sotto di 25 punti (erano ancora sotto di 19 a 10’ dalla fine), vincono nei supplementari 34 a 28. Il passaggio decisivo è di Tom Brady, inossidabile quarterback, migliore in campo, uno dei fan di Trump, che andrà a festeggiare il 5° scudetto nello Studio Ovale.

Una Corte d’Appello federale di San Francisco s’appresta a pronunciarsi sul ripristino del bando, cui si oppongono gli avvocati degli Stati di Washington e del Minnesota, che hanno per primi sollevato il caso, sostenendo che ne deriverebbe un caos amministrativo e umanitario. Per ora, vale la sospensione del bando a livello nazionale decisa da una Corte federale di Seattle.

Nel week-end, la Corte di San Francisco ha respinto la richiesta della Casa Bianca d’intervenire d’urgenza e ha chiesto ai legali delle due parti di produrre nuovi elementi. Il presidente, impastoiato dalla Giustizia, s’è infuriato: “Sarà colpa dei giudici se qualcuno ci colpisce”. Come se i terroristi d’America non siano già nell’Unione, spesso bianchi e suprematisti, come a Charleston o a Quebec.

E’ ora corsa verso gli Stati Uniti dai Paesi colpiti dal bando: chi può farlo, chi ha già il visto, stringe i tempi del viaggio. Ong e avvocati dei diritti civili offrono loro aiuto e assistenza.

In gioco, ci sono i limiti costituzionali dell’autorità del presidente in materia d’immigrazione. Ma è pure in discussione il metodo di lavoro di Trump, che continua a recitare alla Casa Bianca la parte del decisionista incurante delle sue contraddizioni. Un esempio: nel giorno in cui il ‘trumpismo’ fa un passo avanti in Europa – la candidata all’Eliseo del Front National Marine Le Pen promette che porterà la Francia fuori dalla Nato (oltre che da Ue ed euro) -, Trump fa una capriola e rassicura il segretario generale della Nato Jason Stoltenberg: gli Usa continueranno a sostenere l’Alleanza. Un po’ come fece sabato sera al telefono con il premier Gentiloni. In tv, poi, dà dell’assassino a Putin (e pure agli americani).

Anche per questo, il presidente e il suo staff starebbero ripensando alla tattica finora seguita. Il NYT scrive che alla Casa Bianca serpeggia una certa frustrazione: c’è chi giudica l’azione del presidente frutto d’improvvisazione. Trump, ad esempio, non sarebbe sempre stato ben informato sull’impatto dei decreti firmati (a partire da quello con cui dava un posto nel Consiglio per la sicurezza nazionale al suo capo stratega Steve Bannon). Ora, il presidente, che “vuole fare in grande e in fretta”, chiede d’avere tutti gli elementi conoscitivi necessari.

Le indiscrezioni del NYT hanno però suscitato l’ennesima scaramuccia tra Trump e il giornale: “Scrive cose false su di me. Hanno sbagliato per due anni, e ora inventano storie e fonti”.

Di un po’ stereotipato, non c’è solo il personaggio del presidente. Anche l’opposizione recita un po’ se stessa, a corto di alternative – giudici a parte -. Così, nello spettacolo nella pausa del SuperBowl, Lady Gaga, una suffragetta di Hillary, parla d’inclusione in un Paese che non vuole essere diviso; e gli spot veicolano messaggi che sono commerciali, ma pure inni all’accettazione e all’uguaglianza (e no ai muri).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+